Tag Archives: New York

ALTOPALO, FROZENTHERE, SAMEDI 2018

Dopo un EP che prediligeva sonorità funk ed indie rock, arriva per questo giovane quartetto newyorkese il primo album vero e proprio, e con esso un bel salto di qualità. Si comincia con Blur e Mono, e subito i fan di James Blake vi ritroveranno alcuni degli aspetti della prima e più sperimentale produzione del britannico. Album ricchissimo di un fascino che si svela poco a poco, Frozenthere procede lentamente, come è giusto che sia per un lavoro che parla del disagio con cui viviamo la nostra dipendenza dalla tecnologia, dell’ansia con cui cerchiamo riscontri digitali (like, retweet…) pur consapevoli che la nostra serenità sarebbe da cercare altrove. La bravura degli Altopalo sta proprio in questa lentezza, perché ci cattura. Frozenthere ci costringe all’attenzione, fa venire voglia di prendersi più tempo, alzare il volume, soffermarsi, tornare indietro a riascoltare, cercare di capire ogni dettaglio. È, in effetti, un lavoro molto raffinato, costruito su più livelli, in cui il fiorire di ogni dettaglio è una lenta scoperta. Su ambienti elettronici in blanda pulsazione si innestano motivi funk, soul e rock perfettamente calibrati, che vengono poi riassorbiti fra le pieghe elettroniche in un risultato d’insieme che può stupire e anche disorientare, così come spesso disorienta l’utilizzo della voce di Rahm Silverglade, portatrice di parole ora impercettibili, ora distorte, ora nascoste in un brulicare di dettagli sonori di cui la voce è solo uno dei tanti elementi. Emblematica da questo punto di vista la titletrack (ma anche Frozen away, che la precede). Dopo (Head in a) Cloche, uno dei pezzi più orecchiabili del disco, arriva Pulp, uno squarcio profondo, una sofferta meditazione di grandissimo impatto. Glow e Terra, che esplora le frustrazioni e il senso di inferiorità a cui possono portare i social media (“Scroll down to the picture lost in a feed”, “Scroll down, countin’ thumbs, still dreamin’ of the hearts you hold”), chiudono in bellezza un lavoro consigliatissimo. (Elisa Giovanatti)

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PAVO PAVO, YOUNG NARRATOR IN THE BREAKERS, BELLA UNION/PIAS 2016

pavopavo

Interessantissimo debutto per i newyorkesi Pavo Pavo, talentuoso quintetto nato tra le mura di Yale, dove tutti i componenti hanno studiato musica (guadagnandosi anche qualche collaborazione importante, vedi John Zorn), e si sente: l’inventiva, la facilità del songwriting, la complessità e maturità del lavoro effettuato in studio (sovraincisioni, utilizzo di strumenti vintage, innumerevoli interventi di alto artigianato musicale)  sono sorprendenti, e sfociano in un album che porta alla mente artisti fra loro lontanissimi – il genio di Brian Wilson che aleggia, i vocalismi dei Grizzly Bear, il glam rock degli Sparks e tantissimo altro ancora – ma che, in maniera altrettanto evidente, è molto più della somma delle loro influenze. Tra sperimentazione e pop, Young narrator in the breakers sfugge a qualsiasi tipo di catalogazione e regala una fortissima impronta personale. Pezzi freschi, ritmati, scintillanti (Ran, ran, run, 2020, We’ll have nothing going on), oppure dolci e lirici (Somewhere in Iowa, Wiserway), oppure squarci di pura inventiva (Belle of the ball, John (A little time)), raccontano la magia e il panico del passaggio dall’adolescenza alla vita adulta, ed il senso di perdita e di malinconia che accompagna questo passaggio. Quello che è sicuro è che in questo disco si fluttua e ci si perde ad ammirare la leggerezza di una musica eccezionalmente ben fatta. (Elisa Giovanatti)

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ALLAH-LAS, CALICO REVIEW, MEXICAN SUMMER 2016

allah-las

Ancora retromania, ancora sixties revival, ancora passato e presente che si mischiano e si confondono: succede, questa volta, con gli Allah-Las, ottima formazione losangelina giunta al terzo album (il primo per Mexican Summer), che ha il merito di suonare con una freschezza invidiabile e di saper maneggiare la materia musicale egregiamente, senza perdersi nell’anonimato del marasma vintage che affolla le produzioni musicali oggigiorno. Gli Allah-Las sono bravi e si sente, maneggiano stili e sonorità a piacimento, con gusto ed eleganza. In Calico Review le due sponde americane si incontrano, California e New York, surf rock e Velvet Underground (Strange Heat), il sole dell’Ovest (ma con qualche frecciata alla generazione Silicon Valley) e le sonorità urbane dell’Est. La tracklist scorre veloce, senza annoiare mai, e regalando anzi piccoli gioielli che non si vorrebbe smettere mai di ascoltare (Satisfied, Could Be You, Famous Phone Figure, la bellissima Terra Ignota, un po’ jazzata, un po’ acida). Divertono e si divertono: ben fatto, quindi. (Elisa Giovanatti)

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BIAGIO COPPA, 23:54 – GET MOVING, NO FLIGHT RECORDS 2015

Biagio Coppa

Un disco notturno fin dal titolo, 23:54 – Get Moving, e questo per non creare equivoci ancora prima di schiacciare il tasto PLAY. Registrato in soli due giorni sotto la supervisione di Bennet Paster a New York, il lavoro del sassofonista Biagio Coppa fin dalle prime battute impone precisi ritmi alla notte dell’ascoltatore portandolo a vivere le suggestioni della Grande Mela degli anni Settanta: il jazz si sporca di funk grazie al groove prodotto dal Fender Rhodes di Aruán Ortiz e dalla batteria di Rob Garcia per poi tornare sornione come un gatto a rovistare nei vicoli più scuri delle blue notes. Tutte le sei composizioni della tracklist, a cominciare dall’apripista Agosto, contribuiscono ad allungare un immaginario elastico culturale che permette al musicista ma anche al pubblico di assaporare le gioie di un passato decisamente futuro. Con la penultima traccia, CYN, tutto diventa più chiaro con l’approssimarsi del giorno: Coppa, l’italianissimo Biagio Coppa, è riuscito a fondere in poco meno di un’ora la sua visione del jazz con quella di maestri del calibro di Miles Davis e Herbie Hancock. Giudicate voi se è poco? E scusatemi per il ritardo con cui ve lo segnalo. (Matteo Ceschi)

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OLGA BELL, INCITATION, ONE LITTLE INDIAN RECORDS 2015

Incitation

Se si volesse cercare un paragone facile ad uso e consumo della grande distribuzione potremmo dire che Olga Bell ricorda per molti aspetti la Björk delle origini. Poi approfondendo la conoscenza di Incitation si arriverà ad apprezzarne l’originalità sbarazzina e insofferente. La Bell – origini moscovite e radici in Alaska e nella Grande Mela – infatti, sembra fin dalle prime battute volere affermare la propria individualità allontanandosi in un solo colpo dai già citati paragoni e dall’esperienza con i Dirty Projectors. L’appuntamento con il secondo album non brucia le tappe e risulta quello che dovrebbe essere: maturo ma al contempo ancora carico di quell’acerba voglia di dimostrare tutto al mondo. L’EP, cinque tracce, vive, pulsa e sanguina intorno a Pounder, episodio I e II: un’elettronica colta, che ricorda un po’ John Carpenter, si insinua in profondità nei sentimenti di Olga amplificandone la resa e l’impatto sul pubblico e lasciando nell’ascoltatore una sincera voglia di ricominciare daccapo l’esperienza sonora. I due pezzi sebbene eclettici nelle scelte ritmiche possiedono tutti i numeri per vincere le resistenze dei dj e diventare dei club killer. Solo lasciandovi andare alle atmosfere sintetiche e un po’ dark di Incitation, le vostre giornate potranno finalmente raggiungere quelle sfumature “hipster” che da troppo tempo rincorrevate con insuccesso. (Matteo Ceschi)

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OUGHT, SUN COMING DOWN, CONSTELLATION 2015

ought

Orfani di Lou Reed – lui e i suoi Velvet, insieme a Talking Heads e Sonic Youth, sono i pilastri dell’immaginario sonoro della band di Montreal, così newyorkese, così urbano – gli Ought lo omaggiano in qualche modo con Men For Miles, aprendo così il secondo atto della loro carriera, non meno potente e interessante del primo. L’alienante routine quotidiana, le richieste assillanti cui ci sottopone la vita contemporanea, sono il bersaglio preferito di una critica sociale lucida e feroce, spesso incontenibile, tanto da seppellire la melodia sotto l’incessante fluire delle parole. “I’m no longer afraid to die/Because that is all that I have left/ Yes”, dice Tim Darcy in Beautiful Blue Sky, con quel “Yes” cantato con voce quasi estatica e una sorta di senso di sollievo: è l’angosciante riconoscimento di una persona ormai travolta dalla pressante routine, eppure quel “yes” afferma una scelta, vibra, smuove qualcosa. Proprio qui sta il centro dell’album, decadente, corrosivo, disturbante, eppure capace di svelare una vitalità inaspettata. Gli andamenti ossessivi delle tracce sono continuamente increspati da nervosismi, interferenze, spigolosità che forse non sono altro che l’irrompere dell’incontenibile carica istintiva primordiale del quartetto, una vivacità e un vigore che portano con sé i semi di qualcosa di costruttivo; una potenza davvero incisiva, la stessa che si dice sia dirompente nei live degli Ought, ma che ci sembra molto ben presente anche in studio. (Elisa Giovanatti)

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TY SEGALL, @ BABY’S ALL RIGHT, BROOKLYN, NY, 24/6/2015

Ty Segall, NYC, June 24, 2015_by PSquared Photography

Nuovo appuntamento di cui gli indiani si fanno volentieri carico per voi. Qualche tempo fa vi avevamo segnalato con immenso piacere il sito nyctaper.com, un portale che mette in free download live performances di artisti più o meno noti del panorama indie a stelle strisce, perfromances, tutte registrate nell’area di NYC, e, ci preme dirlo, caricate in rete con il consenso degli stessi artisti. Tra le tante prelibatezze a disposizione la scelta per questa prima volta è caduta su un’incredibile testimonianza acustica di Ty Segall, araldo della nuova ondata psichedelica. Evento più unico che raro lontano dalla natia California, il lungo set acustico propone un Ty Segall particolarmente ispirato che riesce ad alternare registri vocali a metà tra John Lennon e Marc Bolan: nella lunga scaletta del concerto al Baby’s All Right di Brooklyn, sono ovviamente presenti classici del repertorio (Sleeper) ma anche tre ottimi inediti, Orange Colored Baby, Emotional Mugger e California Hills (la mia preferita), che finiranno molto presto, visto gli impressionanti ritmi di lavoro di Ty, in uno nuovo album. C’è spazio anche per un’eterea cover di For the Turnstiles di Neil Young, uno dei tanti brani eseguiti in coppia con Cory Hanson. Il clima assolutamente late Sixties, molto intimo e sognante, che pervade tutta l’esibizione vi conquisterà. Parola di indiano! Che altro dire? Correte a scaricare subito sul sito di nyctaper.com il più sorprendete Ty Segall che abbiate mai sentito! (Matteo Ceschi)

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NYCTAPER: ESPERIMENTO DI DEMOCRAZIA SONORA SUL WEB

NYCTaper

La piattaforma statunitense NYCTaper.com ha lanciato da un po’ di tempo, dal 2007 per l’esattezza, un vero e proprio esperimento di democrazia digitale tra amanti della musica ed artisti. Il meccanismo su cui si fonda il portale di archiviazione, sharing & downloading in questione è molto semplice e diretto: 1) amanti della musica si recano quotidianamente a concerti nell’area di New York City; 2) molti di loro registrano con apparecchiature sempre più professionale la performance della loro band preferita; 3) una volta acquisto in digitale il live la persona contatta i diretti interessati, gli artisti, e, se ha il loro via libera, carica in MP3 e in FLAC i brani on-line. In questo meraviglioso circuito virtuoso a chiunque è concesso l’accesso sia per il downlaod che per l’upload con la sola limitazione che l’ultima parola spetta comunque alla band o al cantante registrato che, in ogni momento, può chiedere agli amministratori di rimuovere i files che lo interessano. Senza soffermarmi sulla velocità per lo scaricamento dati a catturare l’attenzione e ad accendere un briciolo di speranza per un futuro più libero della rete è la stretta collaborazione tra pubblico e produttore, tra chi acquista i biglietti dei concerti e i dischi e chi fa musica di mestiere per campare. La qualità delle performance caricate, sia che si tratti di big o di emergenti, è ottima e NYCTaper.com rappresenta al momento un’incredibile finestra sul ricco universo sonoro d’oltreoceano. Noi vi abbiamo avvisato!

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