Tag Archives: Paradise Of Bachelors

MICHAEL CHAPMAN, 50, PARADISE OF BACHELORS 2017

chapman

Dopo 50 anni passati a calcare centinaia di palchi e registrare decine di album, il leggendario cantautore e chitarrista britannico Michael Chapman dà finalmente alla luce quello che lui stesso definisce il suo “disco americano”, prodotto da Steve Gunn e suonato in compagnia di una folta schiera di amici e seguaci (lo stesso Gunn, Nathan Bowles, Bridget St John, James Elkington, Jason Meagher), contenente diverse rivisitazioni di vecchi pezzi del catalogo di Chapman e alcuni brani inediti. La ventata di autenticità che si respira non appena si comincia l’ascolto fa di questo 50 molto più di un album celebrativo: la scorza dura di chi ha ormai vissuto 76 anni di vita non è così dura da celare l’immenso amore di Chapman per la musica e le persone, la passione che lo muove in ogni sua scelta, la sincerità di un’esistenza dedicata all’arte delle sette note. Tutto questo sembra trasmettersi per osmosi ai musicisti che qui suonano con lui come se fossero da sempre una band, che lo accompagnano magistralmente in questo viaggio retrospettivo e introspettivo in cui il ruolo centrale è giocato dal tempo, protagonista – a cominciare dal titolo – nelle sue più svariate forme, dalla memoria alla nostalgia, dallo scorrere inarrestabile alla continua ridefinizione di senso che ci richiede quando riflettiamo sulla nostra vita. Voce profonda e maestosa, liriche autunnali, atmosfere crepuscolari completano un quadro di rara intensità. (Elisa Giovanatti)

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NAP EYES, THOUGHT ROCK FISH SCALE, PARADISE OF BACHELORS 2016

napeyes

Ha detto bene Stuart Berman su Pitchfork: se la vostra serata-tipo si svolge sul divano, a leggere un articolo su iPad con la televisione accesa sullo sfondo, mentre le conversazioni su smartphone proseguono senza tregua, allora questo disco potrebbe essere un primo passo nella vostra riabilitazione dal sovraccarico di informazioni. Canadesi di Halifax, Nuova Scozia, i Nap Eyes sono guidati dal frontman e paroliere Nigel Chapman, narratore-incantatore a dir poco intrigante che, per cominciare (Mixer), ci conduce per mano a una festa: nemmeno il tempo di entrare, però, che subito scatta la sensazione di trovarsi nel posto sbagliato, mentre siamo – rasenti al muro – osservatori degli altri e di noi stessi, soli tra la folla. Inizia così, con un gran senso di solitudine, il percorso di ricerca di identità che attraversa i 35 minuti scarsi di questo Thought Rock Fish Scale, cammino che passa in rassegna sogni e disillusioni, deliri e frustrazioni di vite galleggianti in una condizione di auto-inganno. Ed è proprio qui che la forza del disco colpisce come uno schiaffo: i testi asciutti, diretti, spogli, penetranti come raramente accade, privi di qualsiasi retorica, colpiscono al cuore, “feroci” nella purezza della visione, fulmini a ciel sereno in una società incentrata sulla distrazione di massa. Al cuore, per la maggior parte dell’album, di strutture basilari, le parole risaltano, circondate da una musica rilassata, sonnolenta, pigra: “idiot, slow down” invocava Thom Yorke quasi 20 anni fa in un capolavoro di rappresentazione dell’alienazione (OK Computer), perché la lentezza è una forma di difesa e un atto rivoluzionario nell’iperattività e ipervelocità della vita contemporanea. I Nap Eyes non solo rallentano, ma abbassano il volume e si sbarazzano di tutto quel sovraccarico di effetti e post-produzione oggi così in voga, mantenendo dall’inizio alla fine un profilo basso, il registro contemplativo del pensare tra sé e sé e il tono confidenziale dell’incisione casalinga (l’album è registrato in presa diretta, senza sovra incisioni). Le soluzioni musicali cambiano verso metà disco con Alaskan Shake e Click Clack, più complesse, imprevedibili, e mentre un flusso di coscienza intreccia presente, passato e futuro sentiamo un profondo senso di connessione, in barba alla mancanza di logica narrativa. Sarà anche per quelle continue ripetizioni (“my old great great great great great grandmother mother mother mother mother…”), specie di mantra per un Chapman alla ricerca di se stesso, con un lessico così nudo da farsi a volte enigmatico, allegorico o mistico. “Won’t you trust trust trust me, c’mon…”, si chiude così il disco. Io non lo so se mi fido, intanto lo riascolto, perché non ho ancora decifrato tutto di Thought Rock Fish Scale, lavoro ricchissimo in abito casual. (Elisa Giovanatti)

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