Tag Archives: pop music

PAVO PAVO, YOUNG NARRATOR IN THE BREAKERS, BELLA UNION/PIAS 2016

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Interessantissimo debutto per i newyorkesi Pavo Pavo, talentuoso quintetto nato tra le mura di Yale, dove tutti i componenti hanno studiato musica (guadagnandosi anche qualche collaborazione importante, vedi John Zorn), e si sente: l’inventiva, la facilità del songwriting, la complessità e maturità del lavoro effettuato in studio (sovraincisioni, utilizzo di strumenti vintage, innumerevoli interventi di alto artigianato musicale)  sono sorprendenti, e sfociano in un album che porta alla mente artisti fra loro lontanissimi – il genio di Brian Wilson che aleggia, i vocalismi dei Grizzly Bear, il glam rock degli Sparks e tantissimo altro ancora – ma che, in maniera altrettanto evidente, è molto più della somma delle loro influenze. Tra sperimentazione e pop, Young narrator in the breakers sfugge a qualsiasi tipo di catalogazione e regala una fortissima impronta personale. Pezzi freschi, ritmati, scintillanti (Ran, ran, run, 2020, We’ll have nothing going on), oppure dolci e lirici (Somewhere in Iowa, Wiserway), oppure squarci di pura inventiva (Belle of the ball, John (A little time)), raccontano la magia e il panico del passaggio dall’adolescenza alla vita adulta, ed il senso di perdita e di malinconia che accompagna questo passaggio. Quello che è sicuro è che in questo disco si fluttua e ci si perde ad ammirare la leggerezza di una musica eccezionalmente ben fatta. (Elisa Giovanatti)

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JOAN AS POLICE WOMAN & BENJAMIN LAZAR DAVIS, LET IT BE YOU, REVEAL REC./BERTUS 2016

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Sodalizio artistico nato dalla comune passione per la sperimentazione e il viaggio, Let It Be You, vede collaborare con ottimi risultati Joan Wasser, meglio conosciuta come Joan as Police Woman, una delle più conturbanti star della indie music statunitense, e il polistrumetista Benjamin Lazar Davis. Il disco, cominciamo fin d’ora a dirlo, appare molto convincente per tutta la sua lunghezza con la sola esclusione di Overloaded, brano, passate il termine non proprio da educanda, “paraculo”. Il richiamo più evidente per la commistione tra rock, elettronica, pop e, mettiamocela pure dentro visto il tema del viaggio, world music è sicuramente Nina Hagen anche se l’impronta vocale e stilistica di Miss Wasser non viene mai schiacciata: Magic Lamp, terza traccia, è una gemma di potenza e delicatezza allo stesso tempo capace di definire nuovi schemi e mode sonore. Satellite, oltre la metà dell’album, è la composizione che meglio regge alla fusione degli ego dei due artisti. Provare Let It Be You, non vi costerà niente, magari a cominciare dal singolo Broke Me In Two… e se poi dovesse piacervi… (Matteo Ceschi)

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SCHNEIDER NUR, UN NUOVO MAGGIO, AUTOPRODUZIONE 2016

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Un involontario concept album che ruota attorno a un ventenne alla costante ricerca di una persona da avere accanto e alla sua inadeguatezza nei rapporti con gli altri: così è presentato Un nuovo maggio nel comunicato di lancio, ed effettivamente è una descrizione che ben riassume il senso del lavoro degli Schneider Nur, giovani veronesi con alle spalle due Ep e decine di date live in apertura a band del calibro di Intercity, Ex Otago e C+C=Maxigross. Proprio con questi ultimi è nata un’amicizia che li ha portati a registrare questo ultimo lavoro nei loro Veggimal Studios sui monti della Lessinia. È lì, allo scoppiettio di un camino acceso, che sono state fissate le sonorità calde delle tante piccole storie racchiuse in Un nuovo maggio, racconti in miniatura con l’amore a farla da padrone, scandagliato in lungo e in largo in modi mai banali. E se il pop cantautorale nostrano anni ’70 è il più chiaro dei punti di riferimento degli Schneider Nur (Battisti su tutti), aleggia in realtà in ogni dove la presenza di un amatissimo Morrissey, omaggiato in Un uomo senza importanza ed interiorizzato in tutti i testi dell’album, piccole poesie agrodolci, a volte ciniche, persino brucianti. A portare avanti questa sorta di viaggio sentimentale è una voce su cui forse c’è ancora un po’ da lavorare, ma apprezzabilissimi sono gli arrangiamenti complessi e sofisticati e i begli impasti strumentali, arricchiti da fiati (sax, trombone), moog e persino la viola della brava Federica Furlani. Ottima, anche, la vena poetica e tutta la sua carica di comunicatività. (Elisa Giovanatti)

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LOCOMOTIF, BE2, MAUDE RECORDS 2016

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Torna con Be2 il trio Locomotif, formazione catanese che si esprime in una musica dal respiro internazionale, un dream pop denso di riferimenti letterari e musicali che trova ispirazione nel mondo anglosassone e lancia più di uno sguardo ancora più su (Islanda, mi verrebbe da dire). Uscito per Maude Records, il lavoro propone sonorità – e con esse le emozioni – sempre sospese, che ne fanno a tratti un disco d’atmosfera (nel senso più nobile del termine), senza disdegnare sconfinamenti nel pop-rock, nel soul (cui ben si presta la voce di Federica Faranda) o addirittura in una sorta di post-rock (Lezioni Americane). Fluido e godibile dall’inizio alla fine, Be2 coglie anche qualche motivetto più catchy pur esprimendo un mood prevalentemente malinconico. Apprezzabile la misura con cui vengono impiegati effetti e riverberi, che così spesso affossano le produzioni pop più “dream” (come se bastasse un riverbero per fare dream pop…), altro segno di accuratezza ed eleganza per questo disco, che tra le sue pieghe nasconde sfumature non banali. Waste, Love Is Over e Sailing Boat le mie tracce preferite di oggi, ma domani chissà. (Elisa Giovanatti)

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CARAVAN PALACE: L’INFINITA VOGLIA DI CONTINUARE A DIVERTIRSI

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Numero estivo per INDIANA MUSIC MAGAZINE, tutto all’insegna dei ritmi e delle melodie dei Caravan Palace, formazione parigina che ha recentemente pubblicato Robot Face, un buonissimo punto di partenza per chi volesse andare alla scoperta della contagiosa ed esuberante musica del gruppo. I Caravan Palace ci concedono qui una simpatica intervista, proprio a ridosso della loro data italiana in programma l’11 luglio al Circolo Magnolia di Segrate (MI), dove potrete saggiare di persona la potenza dei loro ritmi pulsanti ma anche la vivace eleganza del loro elettro-swing. Da non perdere poi la consueta sezione dedicata alla recensioni, succosa come al solito. Niente più indugi: cliccate sulla copertina, il download del magazine è gratuito.

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PAUPIÈRE, JEUNES INSTANTS EP, ENTERPRISE REC./LISBON LUX REC.

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Eclettica formazione, un trio per la precisione, canadese che si ispira apertamente alle sonorità pop-dance della Francia degli anni Ottanta. L’impatto con le quattro tracce dell’EP è gradevole e non accende l’allarme del “già sentito”. La matrice elettronica seppure marcata non è eccessivamente invasiva e si mantiene rispettosa delle trame melodiche che continuano a sorreggere lavoro della band di Montreal. Il musicista Pierre-Luc Bégin accompagnato dalla visual artist Julia Daigle e dalla perfomer Éliane Préfontaine riesce nell’intento di rinverdire i fasti sonori di una generazione, quella degli Eighties, al tempo stesso musicalmente lasciva ma capace di accendere le fantasie del pubblico. La title track e Quinte sono due occasioni per tornare giovani e per presentare a chi non le avesse vissute le mille sfumature di uno dei decenni più pop della contemporaneità. (Matteo Ceschi)

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IL PIU’ FUNKY DEL PIANETA

Prince, Milano, November 3, 2009_02 bis 72

Ho visto Prince una sola volta. Nel 2010 a Milano. Un regalo di mio fratello, un grandissimo fan del Genio di Minneapolis. Com’è stato? L’esperienza più funky della mia vita. Forse persino una delle più sexy – per quanto un eterosessuale possa trovate sexy un altro uomo. Io che mi ero perso Hendrix – pur con molti capelli bianchi, l’anagrafe, in questo caso, mi remava contro – avevo davanti a me l’artista che più gli si avvicinava. Prince quella sera, come tutte le altre, fu un chitarrista straordinario capace di fare rivivere in quasi tre ore di concerto l’intera storia del funk e del rock. La musica sgorgava dalla sua chitarra con una spontaneità e una naturalezza mai viste prima. Nota dopo nota conquistava le immancabili distrazioni che affollano ogni concerto che si rispetti. Dopo appena dieci minuti di performance la platea era con lui. Hits o non hits. Il Genio di Minneapolis era uscito dalla lampada per poi rientrarvi velocemente con i suoi fans… Vecchi e nuovi. Benvenuti nel mondo fantastico di Roger Nelson… (testo & foto di Matteo Ceschi)

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ROIPNOL WITCH, STARLIGHT, MACISTE DISCHI 2016

Roipnol Witch Starlight Cover

Affascinanti a partire dal nome che si sono scelte, Giulia e Martina Guandalini, Francesca Bedogni (con il contributo alla batteria di Massimiliano Coluccini), colpiscono subito l’orecchio dell’ascoltatore per il riuscitissimo connubio sonoro e di generi che riescono a mettere in scena con Starlight. Da un lato c’è l’italianissima verve sbarazzina di Irene Grandi, dall’altro un graffiante presenza punk-rock che ondeggia incerta tra le Hole e i Blondie. Non vi bastano questi paragoni per spingervi all’acquisto? Posso continuare raccontandovi che le Roipnol Witch si trovano a loro agio sia con la lingua nostrana che con l’inglese e che l’alternanza tra i due idiomi non inficia affatto la resa di un disco che suona divertente, potente e mai pigro. Da Non è un paese per artisti a Hold in New York – ve li ricordate gli Yeah Yeah Yeahs? – passando per Goodbye ritroverete qualcosa della musica che pensavate di avere perso per strada. (Matteo Ceschi)

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BROTHERS IN LAW, RAISE, WE WERE NEVER BEING BORING 2016

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Il disco di debutto dei pesaresi Brothers In Law, Hard Times For Dreamers, aveva rivelato alla scena internazionale – perché sì, se la sono conquistati subito, con tanto di partecipazione al SXSW di Austin, Texas – una band dal talento cristallino. Raise arriva dopo 3 anni e dopo l’ingresso in formazione di un quarto elemento, Lorenzo Musto, al basso, ad inseguire sonorità più piene, e conferma che i Brothers In Law sono una delle realtà più interessanti del panorama indie. Arrangiamenti più maturi e ragionati, e una maggiore varietà sonora (anche all’interno del singolo pezzo), contraddistinguono questi nuovi 8 brani, che si muovono con successo in una miscela stilistica di dream-pop, shoegaze e rock con un approccio più deciso rispetto al debutto, che non disdegna accelerazioni, riff potenti, esplosioni e puntate epiche (Oh, Sweet Song). All The Weight e Life Burns corrono, ariose; Middle Of Nowhere rallenta leggermente e si imprime in testa prepotentemente, come la successiva Through The Mirror; l’accoppiata finale (Leaves I e II) è un saggio della raggiunta maturità stilistica dei Brothers In Law. Eppure forse sono le tematiche dei brani quelle che rivelano la maggiore crescita della band: pur se tutti diversi, i pezzi alla fine lambiscono temi di fondo come lo scorrere ineluttabile del tempo, la condizione di precarietà dell’essere umano, con domande, dubbi e incertezze che non trovano risposta, ma anche la necessità di vivere appieno, di dare un senso al nostro percorso, o quantomeno cercarlo. Rimangono, alla fine, sensazioni dolceamare, sentimenti di nostalgia, incertezza, ma anche tanta speranza, con una positività di fondo che si fa strada fra mille asperità. Il tutto insieme, contemporaneamente, proprio come accade nella quotidiana lotta fra i nostri impulsi vitali e le difficoltà che ci si parano davanti. E questo fa di Raise, oltre a tutto il resto, un album molto sincero, che offre (e si offre) senza paura uno squarcio di vita in tutta la sua contraddittorietà. (Elisa Giovanatti)

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LEBOWSKI, DISADOTTATI, LEBOWSKI/AUDIOGLOBE 2015

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Disadottati possiede tutto quello che un album dovrebbe avere. Lyrics sarcastiche e pungenti; un groove rock-funk-elettronico assassino privo di cadute; e un traccia capace di fare breccia nella memoria di un elefante, Una vita disarmata che a tutti gli effetti potrebbe suonare come l’ideale continuazione di Una vita spericolata di Vasco Rossi. Dall’inizio alla fine i Lebowski – il nome di chiara origine cinematografica, altro motivo per avere in simpatia la band – riescono a tenere sveglio l’ascoltatore con impennate di stile e attacchi al quotidiano incedere delle cose: tutto nella loro musica procede con la vigile convinzione di potere e volere dire qualcosa e con la certezza di riuscire prima o poi – prima, molto prima, nel caso di chi scrive – a conquistare quel giusto livello di attenzione nel pubblico necessario a inculcare la bellezza e le infinite possibilità del linguaggio pop. Gli otto brani – da Rent to Buy alla già citata Una vita disarmata passando per L’incapiente – denotano un’attenzione al matrimonio tra parole e suono facendo sempre coincidere il ritmo verbale con quello strumentale. A volere cercare riferimenti nel passato, i marchigiani Lebowski saccheggiano la genialità dei primi Bluvertigo, di Bugo e dei Velvet Underground ma al tempo stesso vanno fieri di essere allievi di Rino Gaetano. Concludendo, come non rimanere stregati da un album tra le cui rime primeggia il verso ? In pieno stile Grande Lebowski, non vi pare? E, allora, cosa aspettate? Correte a comprare Disadottati! (Matteo Ceschi)

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