Tag Archives: post-punk

INDIANA PLAYLIST AUTUNNO

IndianaPlaylistAutunno17

Torna l’INDIANA PLAYLIST in versione autunnale con 40 minuti di pura musica indie, dieci tracce da sbucciare a una a una come le castagne, per ricominciare da capo. Buon appetito a tutti gli affamati di musica dai Tre Piccoli Indiani.

 

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GABRIELE MITELLI O.N.G., CRASH, PARCO DELLA MUSICA RECORDS 2017

Nuovo lavoro di Gabriele Mitelli, interessantissimo trombettista ormai bel noto sul panorama nazionale, Crash è un album che, per scelta, convoglia la creatività del giovane bresciano in tre lunghe suite piuttosto che in singoli pezzi: questo per lasciare più spazio possibile alla pratica dell’improvvisazione, per favorire la libertà d’espressione, per assecondare il flusso di quanto prende corpo strada facendo. Il risultato è un percorso musicale d’assieme – Mitelli è qui inserito in un quartetto di prim’ordine – a cui l’ascoltatore si avvicina prudente, accolto (si fa per dire) da tutta la ruvidezza noise che costituisce l’inizio di Frequency, ma nel quale non può che rimanere intrappolato, grazie ad un’esplosione di creatività ambiziosissima e perfettamente riuscita, in pieno controllo. Le tre suite, passando per incursioni rock e post punk, trovano il modo di omaggiare Sun Ra (anche con richiami espliciti a Lanquidity) e, scelta audace e inaspettata, A tratti dei C.S.I. di Giovanni Lindo Ferretti. Il quartetto all’opera è di altissima qualità, ed è responsabile della creazione di atmosfere acide e psichedeliche: oltre allo stesso Mitelli (pocket trumpet ed elettronica) troviamo alla batteria Cristiano Calcagnile, insieme al quale Mitelli aveva partecipato a Multikulti Cherry On (Caligola Records 2016), bellissimo progetto ispirato a Don Cherry, che del resto sembra essere una delle principali fonti d’ispirazione di questo Crash; quello che sembra un basso è invece la bellissima chitarra baritono di Gabrio Baldacci, mentre l’altra straordinaria chitarra elettrica è quella di Enrico Terragnoli. Lavoro molto denso, merita grande attenzione. (Elisa Giovanatti)

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ALGIERS, THE UNDERSIDE OF POWER, MATADOR 2017 + LIVE REPORT

Può essere molto scomodo, disturbante, mettersi all’ascolto di The Underside Of Power: c’è una tale ferocia nei temi trattati e nella loro forma sonora, un tale radicamento nelle insopportabili tragedie di ogni giorno, una tale densità di riferimenti letterari e musicali, da richiedere, di tanto in tanto, una pausa; soprattutto, l’ascolto di The Underside Of Power è colmo del disagio di chi, a 2 anni di distanza dal bellissimo esordio, è costretto a fare i conti con il fatto che troppo poco è cambiato nel sistemico e persistente razzismo americano (forse non solo americano), ragione per cui una band come gli Algiers è oggi ancora più rilevante, attuale e necessaria di 2 anni fa. La scorsa settimana, per dirne una, è apparso sui media un ultimo video dell’uccisione di Philando Castile, giovane uomo di colore seduto in auto accanto alla compagna, col la figlia di 4 anni sul sedile posteriore, da parte di un agente che è appena stato assolto da ogni capo di imputazione…

Si entra subito nel clima con una tesissima Walk Like A Panther, che inizia col campionamento di un discorso di Fred Hampton (attivista delle Pantere Nere ucciso nel ’69) e l’urlo di Franklin James Fisher, voce bellissima e potente che smussa alcuni degli angoli della musica degli Algiers e fa da collante in uno scenario sonoro fatto di sperimentazioni post-punk, sequenze digitali, ritmi potenti, distorsioni, saturazioni. È una musica cupa e abrasiva quella degli Algiers, che tiene insieme influenze apparentemente inconciliabili, una sorta di post-punk intriso di tradizione soul-funk e gospel afroamericana, su cui aleggia sempre una specie di inquieto presentimento (Cry Of The Martyrs, Death March). Stupisce, da questo punto di vista, la titletrack, violenta denuncia che in tutta questa oscurità inserisce però un ritornello Motown musicalmente solare e saltellante, straniante eppure davvero ben riuscito. Intelligenti e sinceri come pochi altri artisti, gli Algiers non fanno sermoni: gridano rabbia e dolore, condannano, denunciano, ma non guardano dall’alto in basso. Le loro sono parole di chi vive la vita di tutti i giorni come chiunque altro, come potrebbe viverla uno qualsiasi dei loro ascoltatori: proprio qui sta la forza inclusiva delle loro canzoni, capaci di coinvolgere più di qualsiasi altro discorso politico. Per chi volesse una prova basta ascoltare Cleveland, uno dei vertici dell’album, pezzo potentissimo che fa nomi e cognomi di una serie di neri uccisi dalla polizia americana (a partire dal dodicenne Tamir Rice), un brano in cui le eredità gospel sopravvivono per chiedere però giustizia e cambiamento oggi, su questa terra, non in un mondo ultraterreno.

Il quadro, insomma, è molto buio, eppure The Underside Of Power non nasconde elementi di speranza, che prendono la forma di una chiamata alle armi, dell’invito allo sviluppo di forme di impegno, senza cedere a una più facile apatia o a un pur comprensibile scoramento. Lo sa bene chi ha potuto assistere due sere fa al live degli Algiers a Milano (Santeria Social Club, non l’apertura a San Siro per i Depeche Mode, che gli Algiers stanno accompagnando nel tour europeo): in un contesto intimo, raccolto, il quartetto ha sprigionato un’energia impressionante, presentando il nuovo lavoro – da ricordare almeno anche una super intensa Mme Rieux – e regalando qualche pezzo del precedente (una bellissima Black Eunuch, che conserva l’eco delle work song tanto care a Lomax, e in chiusura una Games da brividi, per dirne solo un paio). Una band necessaria, un album che si candida ad essere tra i migliori del 2017. (Elisa Giovanatti)

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MICROMOUSE, ANIMAL, 2015

Animal

Un noise punk con qualche pennellata art à la Television, è l’inconfondibile marchio di fabbrica degli emiliani Micromouse. Che il trio faccia sul serio lo si intuisce andando random su e giù per la tracklist: se My Mother Saw the Devil può a ragione essere presa senza paura di essere contraddetti come il manifesto di intenti di Animal; in Tzunami ritroviamo la ruvidezza pre-grunge dei Sonic Youth con chitarra e basso a distorcere i contorni della realtà. L’ottima impressione che si ha cominciando la si mantiene per tutta la durata dell’ascolto a dimostrazione che, a prescindere dai mezzi investiti, è più che sufficiente un’anima sanguinante per portare avanti un progetto artistico. Un 8 pieno ai Micromouse e alla mesmerizzante voce della regina del rock Michelle Cristofori. (Matteo Ceschi)

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ROIPNOL WITCH: PASSIONARIE DEL ROCK

Cover-MARCH 2016 easy

Rock italiano grintoso e al femminile: è quello delle Roipnol Witch, protagoniste del numero 16 di INDIANA MUSIC MAGAZINE con un’intervista che spazia fra Starlight (il loro ultimo album) e femminismo, fra Italia e New York, fra Yeah Yeah Yeahs e Patti Smith. Le Roipnol Witch sono attualmente in tour nel nostro Paese e il consiglio di Indiana è di non perdervele per nessun motivo! Tanta qualità anche nella sezione recensioni, con gli ultimi lavori di Ulan Bator, Tanita Tikaram, Nap Eyes e John Holland Experience. Cliccate sulla copertina per il download gratuito del magazine. Buona lettura!

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ROIPNOL WITCH, STARLIGHT, MACISTE DISCHI 2016

Roipnol Witch Starlight Cover

Affascinanti a partire dal nome che si sono scelte, Giulia e Martina Guandalini, Francesca Bedogni (con il contributo alla batteria di Massimiliano Coluccini), colpiscono subito l’orecchio dell’ascoltatore per il riuscitissimo connubio sonoro e di generi che riescono a mettere in scena con Starlight. Da un lato c’è l’italianissima verve sbarazzina di Irene Grandi, dall’altro un graffiante presenza punk-rock che ondeggia incerta tra le Hole e i Blondie. Non vi bastano questi paragoni per spingervi all’acquisto? Posso continuare raccontandovi che le Roipnol Witch si trovano a loro agio sia con la lingua nostrana che con l’inglese e che l’alternanza tra i due idiomi non inficia affatto la resa di un disco che suona divertente, potente e mai pigro. Da Non è un paese per artisti a Hold in New York – ve li ricordate gli Yeah Yeah Yeahs? – passando per Goodbye ritroverete qualcosa della musica che pensavate di avere perso per strada. (Matteo Ceschi)

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DANZIG, SKELETONS, EVILIVE REC./AFM REC. 2015

Skeletons

Intendiamoci, Skeletons non è certo un disco paragonabile agli ormai classici Lucifuge (1990) e How the Gods Kill (1992), ma ciò non toglie che sotto la scorza un po’ lo-fi e “amatoriale” – Glenn Danzigus  stesso annuncia sullo sticker in copertina che la sua nuova fatica vuole essere un passepartout per potere entrare ancora più in sintonia con la sua musica – si celi un genuino progetto sonoro. La serie di rock cover proposte vuole nella sua essenziale semplicità fotografare almeno una parte del complesso percorso artistico che ha visto l’ex-frontman dei Misfits attivo non solo nel rock ma anche in altre branche dell’arte come il fumetto (il marchio Verotik non vi dice nulla?). Ed è proprio a questo approccio caleidoscopico che bisogna rifarsi nel momento in cui ci si decide ad ascoltare Skeletons. Le dieci tracks rappresentano degli spunti sonori e come tali vanno presi per completare un ascolto comunque piacevole e capace di evitare il ricorso all’odiosa azione di “skippare”, tipica di molte produzioni contemporanee. Solo così si potrà apprezzare la lamentosa interpretazione post-punk di Lord Of The Thighs degli Aerosmith o la schietta versione di Rough Boy intrisa di maturità dei texani ZZ Top. Let Yourself Go di Elvis suona per l’occasione quel tanto dark & satanic da fare rizzare i peli ai più irsuti bikers. Quindi, per concludere, se state cercando un break di genuina evasione rock, affidatevi anima e corpo a questa playlist redatta per l’occasione dal buon Danzig. (Matteo Ceschi)

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THE YELLOW TRAFFIC LIGHT, TO FADE AT DUSK, WE WERE NEVER BEEN BORING 2015

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Secondo Ep per i torinesi The Yellow Traffic Light, uscito per il collettivo We Were Never Been BoringTo Fade At Dusk regala un’interessante commistione di sogni psichedelici anni ’60 e shoegaze anni ’90. Molto curate le parti strumentali, con le chitarre molto riverberate a costruire scenari psichedelici su ritmiche decisamente post-punk, su cui si inserisce con buone melodie la voce di Jacopo Lanotte, sfacciata quanto basta. Unica eccezione in scaletta è Burger Shot, che per raccontare una storia di emarginazione razziale, alienazione e sconfitta adotta un sound duro e sporco. Più puliti, anche se non immuni da nervosismi, gli altri tre pezzi, a partire dall’iniziale e travolgente Hideaway fino alla lunga cavalcata Fall, che chiude in sfumato 20 ottimi minuti che ci fanno sperare di ritrovare presto all’opera il quartetto. Ma l’episodio più riuscito è forse il singolo Cole Drives Too Fast, che assimila alla perfezione i modelli anglosassoni e li restituisce in una prova di sicura qualità. (Elisa Giovanatti)

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OUGHT, SUN COMING DOWN, CONSTELLATION 2015

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Orfani di Lou Reed – lui e i suoi Velvet, insieme a Talking Heads e Sonic Youth, sono i pilastri dell’immaginario sonoro della band di Montreal, così newyorkese, così urbano – gli Ought lo omaggiano in qualche modo con Men For Miles, aprendo così il secondo atto della loro carriera, non meno potente e interessante del primo. L’alienante routine quotidiana, le richieste assillanti cui ci sottopone la vita contemporanea, sono il bersaglio preferito di una critica sociale lucida e feroce, spesso incontenibile, tanto da seppellire la melodia sotto l’incessante fluire delle parole. “I’m no longer afraid to die/Because that is all that I have left/ Yes”, dice Tim Darcy in Beautiful Blue Sky, con quel “Yes” cantato con voce quasi estatica e una sorta di senso di sollievo: è l’angosciante riconoscimento di una persona ormai travolta dalla pressante routine, eppure quel “yes” afferma una scelta, vibra, smuove qualcosa. Proprio qui sta il centro dell’album, decadente, corrosivo, disturbante, eppure capace di svelare una vitalità inaspettata. Gli andamenti ossessivi delle tracce sono continuamente increspati da nervosismi, interferenze, spigolosità che forse non sono altro che l’irrompere dell’incontenibile carica istintiva primordiale del quartetto, una vivacità e un vigore che portano con sé i semi di qualcosa di costruttivo; una potenza davvero incisiva, la stessa che si dice sia dirompente nei live degli Ought, ma che ci sembra molto ben presente anche in studio. (Elisa Giovanatti)

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SHILPA RAY, LAST YEAR’S SAVAGE, NORTHERN SPY/AUDIOGLOBE 2015

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È in strane creature alla Shilpa Ray, cantautrice del New Jersey di base a Brooklyn, che anche nel 2015 il rock ritrova la sua ragion d’essere, e lo fa con un pugno nello stomaco e un ghigno sprezzante. Difficile restare immuni alla schiettezza disturbante e senza compromessi di Last Year’s Savage, album fatto di un blues-rock sporco, dall’anima punk e dalle molte sfumature soul, in cui le ossessioni della Ray – morte, sesso, auto-distruzione, tradimento – ci vengono buttate in faccia senza troppo preavviso, con un’urgenza viscerale, animale, trascinandoci in una spirale buia cui si sopravvive solo grazie al contemporaneo onnipresente sorriso sardonico dell’artista, uno humour beffardo e dissacrante che mitiga rabbia ed eccessi. Colpisce, in quasi tutte le tracce, la componente corporea, materica, così come la presenza – in senso fisico, appunto – della vocalità di Shilpa Ray, capace di graffiare, urlare, o insinuarsi sottopelle sensuale e malinconica (Burning Bride, per esempio), mentre l’inseparabile armonium indiano avvolge tutto in una nebbia spessa di ronzante e canzonatoria ironia. Difficile scegliere i brani migliori (forse Pop Song For Euthanasia, Johnny Thunders Fantasy Space Camp e Nocturnal Emissions) di questa grande prova, godetevi l’album dall’inizio alla fine. (Elisa Giovanatti)

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