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NORTHWEST, I, TEMPEL ARTS 2018

Prima ancora della musica è notevole, nei Northwest, l’approccio alla musica stessa e all’arte tutta: il duo, nato alla fine del 2015 dal sodalizio fra Ignacio Simón (compositore, multi-strumentista e produttore) e Mariuca García-Lomas (visual artist, cantante e compositrice), è mosso infatti da un vero e proprio spirito d’avanguardia, un approccio sperimentale mai domo che si esprime in ogni aspetto del proprio lavoro e che non si esaurisce nella musica. C’è, evidentemente, molta elaborazione teorica, molta capacità di riflessione sul fare arte al giorno d’oggi (hanno pubblicato ben due manifesti, sul loro sito http://thisisnorthwest.com/, che vi consiglio di leggere in particolare per conoscere la singolare storia della distribuzione di I), e c’è anche un vero e proprio bisogno di esprimersi artisticamente: per questo il lavoro dei Northwest non si esaurisce nell’aspetto musicale, ma coinvolge anche le produzione di video studiati in ogni dettaglio e a loro volta ricchissimi di riferimenti di estrazione colta al cinema, all’arte, alla danza. Definire I un album di musica ambient sperimentale non rende giustizia alla varietà di sonorità che si svelano a poco a poco nel corso della scaletta, ma offre comunque un’idea di quale sia lo sfondo (talora enigmatico, inquietante, altre volte etereo, rilassante) dal quale di volta in volta si staccano dolci beat elettronici (Pyramid), tocchi leggeri di pianoforte o cangianti tappeti di archi. La strumentazione dell’album è infatti molto varia, come dimostra una traccia straordinaria come London, prima lenta e d’atmosfera, poi raffinatissima, poi montante e impetuosa, una cavalcata di 11 minuti, davvero un grandissimo pezzo. (Elisa Giovanatti)

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IL TERZO ISTANTE, ESTRANEO, PHONARCHIA DISCHI 2019

estraneo

“Anche a te capitava di sentirti sopraffare da una domanda semplice? E avere voglia di dissolverti nell’aria pur di non rispondere?”. Si apre così Dissolversi, primo tassello che ha il compito di accompagnarci nelle atmosfere di Estraneo, nuovo album del quartetto torinese Il Terzo Istante. E fin da queste prime parole di inadeguatezza prende senso questo lavoro, ed il suo titolo: Lorenzo De Masi, Fabio Casalegno, Luca Sbaragli e Carlo Bellavia raccontano infatti Estraneo come il ritratto di una condizione personale (che per molte ragioni può essere auto inflitta), un senso di inadeguatezza rispetto a ciò che ci circonda, ma anche come una dichiarazione rispetto al loro modo di sentirsi una band, estranea tanto al contesto mainstream quanto a quello indipendente (“da questo punto di vista, è sia una dichiarazione d’intenti che un’ammissione di colpa”). Sembra, e in parte magari lo è, un percorso di autoanalisi, che abbraccia atmosfere care a certi Radiohead e procede per un rock cangiante, raffinato, estremamente ben costruito, e testi sempre capaci di far riflettere. Dal canto mio, dico senza esitazioni che era da tempo che non trovavo tanta solidità in una band, tanto mestiere, tanto spessore, e ne sono felice. Paolo Benvegnù presta la sua voce in Materia grigia, mentre Andrea Franchi firma la produzione artistica. (Elisa Giovanatti)

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ALTOPALO, FROZENTHERE, SAMEDI 2018

Dopo un EP che prediligeva sonorità funk ed indie rock, arriva per questo giovane quartetto newyorkese il primo album vero e proprio, e con esso un bel salto di qualità. Si comincia con Blur e Mono, e subito i fan di James Blake vi ritroveranno alcuni degli aspetti della prima e più sperimentale produzione del britannico. Album ricchissimo di un fascino che si svela poco a poco, Frozenthere procede lentamente, come è giusto che sia per un lavoro che parla del disagio con cui viviamo la nostra dipendenza dalla tecnologia, dell’ansia con cui cerchiamo riscontri digitali (like, retweet…) pur consapevoli che la nostra serenità sarebbe da cercare altrove. La bravura degli Altopalo sta proprio in questa lentezza, perché ci cattura. Frozenthere ci costringe all’attenzione, fa venire voglia di prendersi più tempo, alzare il volume, soffermarsi, tornare indietro a riascoltare, cercare di capire ogni dettaglio. È, in effetti, un lavoro molto raffinato, costruito su più livelli, in cui il fiorire di ogni dettaglio è una lenta scoperta. Su ambienti elettronici in blanda pulsazione si innestano motivi funk, soul e rock perfettamente calibrati, che vengono poi riassorbiti fra le pieghe elettroniche in un risultato d’insieme che può stupire e anche disorientare, così come spesso disorienta l’utilizzo della voce di Rahm Silverglade, portatrice di parole ora impercettibili, ora distorte, ora nascoste in un brulicare di dettagli sonori di cui la voce è solo uno dei tanti elementi. Emblematica da questo punto di vista la titletrack (ma anche Frozen away, che la precede). Dopo (Head in a) Cloche, uno dei pezzi più orecchiabili del disco, arriva Pulp, uno squarcio profondo, una sofferta meditazione di grandissimo impatto. Glow e Terra, che esplora le frustrazioni e il senso di inferiorità a cui possono portare i social media (“Scroll down to the picture lost in a feed”, “Scroll down, countin’ thumbs, still dreamin’ of the hearts you hold”), chiudono in bellezza un lavoro consigliatissimo. (Elisa Giovanatti)

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PAOLO SPACCAMONTI & JOCHEN ARBEIT, CLN, BORING MACHINES/ESCAPE FROM TODAY 2018

Arrivo con un leggero ritardo all’ascolto dell’ultimo lavoro di Paolo Spaccamonti e Jochen Arbeit (Einstürzende Neubauten), due talenti eclettici e mai fermi la cui opera d’altronde presuppone e merita un approccio attento, non superficiale. Il titolo dell’album si riferisce alla piazza CLN di Torino, fatta di simmetrie (due fontane dedicate ai fiumi Po e Dora Riparia, due chiese alle spalle), di storia (sede della Gestapo durante l’occupazione tedesca, oggi dedicata al Comitato di Liberazione Nazionale), di arte (vi si svolge una delle scene più famose di Profondo rosso di Dario Argento). Un luogo speciale, quindi, intriso di suggestioni, da cui partono le esplorazioni di Spaccamonti e Arbeit: incontratisi proprio a Torino, i due hanno registrato qualche ora di materiale (pezzi strumentali per due chitarre ed effetti) di cui CLN, con i suoi 7 pezzi, è il distillato; sonorità liquide, distorte, perlopiù scure, vanno a costruire una massa elettrica vigorosa, suddivisa in 7 episodi, che cresce nei dettagli ad ogni ascolto, rivelandosi come singolare risultato di procedimenti rigorosi e libertà improvvisative. Il dialogo fra le due chitarre è un incontro fra due diverse visionarietà, e si ha a tratti l’impressione che l’esplorazione sonora che ne è nata avrebbe potuto continuare ancora per chissà quanto tempo. (Elisa Giovanatti)

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MATTEO CESCHI, UN’ALTRA MUSICA. L’AMERICA NELLE CANZONI DI PROTESTA, MIMESIS 2018

Lungo una parabola che va grossomodo dal secondo dopoguerra – con un ovvio sostare sugli anni ’60-’70 – fino ai giorni nostri, il collega Matteo Ceschi (storico, americanista, giornalista musicale, fotografo, già autore di diversi testi dedicati alla controcultura statunitense) in Un’altra musica esplora le dinamiche attraverso cui una canzone diventa una canzone di protesta, restituendoci un’ampia fetta di storia americana contemporanea. Si tratta di un percorso affascinante, condotto non come un saggio esaustivo – non è questa l’intenzione – ma come una narrazione per immagini e casi esemplari, spesso ad alto contenuto simbolico: è, in particolare, l’analisi di tre brani leggendari (This land is your land di Woody Guthrie, Blowing in the wind di Bob Dylan e Kick out the jams degli MC5) a reggere lo snodarsi della narrazione di Matteo ed il suo addentrarsi nelle innumerevoli pieghe del rapporto dialettico musicista/ascoltatore. Proprio in questo rapporto, nel ruolo attivo del pubblico, nel suo appropriarsi di una canzone, si annidano gli elementi chiave che permettono di definire cosa sia una canzone di protesta; proprio lì, nello scambio autore/pubblico, avviene la fondamentale costruzione di senso che tramuta una canzone in inno generazionale, tanto che sono moltissimi i casi di canzoni che acquistano una sorta di vita propria, che trascende non di poco l’intenzione del loro stesso autore e che le riporta in vita in momenti diversi della storia di un Paese. La prosa sempre ricca e succosa di Matteo Ceschi, coadiuvata da interviste con alcuni autori e interpreti (Wayne Kramer degli MC5, “Country Joe” McDonald e il folk singer Jim Collier), restituisce in pieno il clima di impegno, cambiamento e passione che si è respirato e talora si respira ancora in frangenti più o meno recenti della storia americana. È bello lasciarsi andare alle riflessioni e agli spunti suggeriti dall’autore facendo riecheggiare, nell’aria e nell’anima, le varie canzoni citate, a cui possiamo anche aggiungerne delle altre, grazie agli strumenti critici che ci fornisce la lettura. E chissà che non si risvegli, così, qualche coscienza sopita. (Elisa Giovanatti)

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GENERIC ANIMAL, GENERIC ANIMAL, LA TEMPESTA DISCHI 2018

Il primo disco solista di Luca Galizia, ventiduenne già chitarrista dei Leute che si nasconde dietro il progetto Generic Animal, è per la verità un lavoro di squadra: i testi musicati da Luca arrivano nientemeno che dalla penna di Jacopo Lietti dei Fine Before You Came mentre l’ottima produzione è stata curata da Marco Giudici e Adele Nigro (Halfalib, Any Other). Le tante mani all’opera però non inficiano l’immediatezza del risultato: Generic Animal è un lavoro fresco e insieme malinconico, sfrontato e insieme vulnerabile, proprio come la voce di Luca. È anche stralunato e preciso: l’andamento stiracchiato della voce, le metriche originali, i ritmi sbilenchi e sincopati, i testi nudi e diretti, inizialmente nascondono sotto un’apparenza lo-fi quelle che sono invece scelte più che ragionate; solo dopo un ascolto più attento tutto questo diventa un preciso intento, un utilizzo creativo e interessante di stilemi dalla provenienza più disparata (hip-hop, soul, anche jazz), un impianto sonoro assolutamente contemporaneo e internazionale, mentre proprio quella sensazione irrisolta che deriva da questo insieme tanto sgraziato di parole e arrangiamenti finisce per costituire grande parte del fascino dell’album. L’atmosfera urbana, il grigiore, l’asfalto, la pioggia, ma anche tanta vita e tanto cuore, insomma la quotidianità che si fa racconto, completano poi il quadro di un ottimo lavoro, che può sicuramente fare presa sul pubblico. (Elisa Giovanatti)

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BEE BEE SEA, SONIC BOOMERANG, DIRTY WATER/WILD HONEY 2017

Ci avevamo visto bene quando su queste pagine avevamo apprezzato il bel disco d’esordio dell’allora semi-sconosciuto trio mantovano. Trascorsi due anni, passati perlopiù sul palco (anche a fare da spalla a gruppi del calibro di Black Lips e Thee Oh Sees), i Bee Bee Sea tornano con Sonic boomerang confermando quanto di buono avevano già mostrato: abbiamo qui otto tracce dall’energia esplosiva, che se possibile velocizzano ulteriormente il garage rock del primo lavoro, e lo condiscono con una certa vena psych e qualche incursione punk (No fellas); resta intatta l’attitudine alle belle melodie e ai ritornelli accattivanti, che i tre azzeccano sempre con un talento naturale e senza rinunciare all’indole sguaiata e rumorosa. La spavalderia con cui i Bee Bee Sea ci sbattono in faccia tutta la loro ruvidezza rischia addirittura di nascondere, qualche volta, quanto di più interessante possiamo ritrovare in Sonic boomerang, ossia l’ulteriore margine di crescita, di maturazione, le potenzialità compositive ed esecutive per niente indifferenti (provare This dog is the king of the losers o I shouted per farsi un’idea). Insomma il materiale è ottimo e ancora una volta lascia ben sperare. Tutte le anteprime di questo secondo album sono uscite su testate americane (NPR, Northern Transmissions, Brooklyn Vegan…), mentre l’angloamericana Dirty Water si è scomodata per la distribuzione del disco, e con tutte le buone premesse di cui sopra non stupisce affatto l’interesse riscosso al di là dell’Atlantico, verso cui del resto guarda prevalentemente il sound del trio, con puntate su entrambe le coste statunitensi. A casa nostra, intanto, vi invitiamo ad alzare il volume, o, ancora meglio, a seguire i Bee Bee Sea dal vivo. (Elisa Giovanatti)

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HOLBROOK, HELLO//ANGEL, 2017

Tutti a Parigi con luoghi di provenienza diversi: Canada, Marocco e, ça va sans dire, la ville lumière. Gli Holbrook sono figli di un’epoca di commistioni di genere musicali e di melting pot culturale e non fanno nulla per nascondere la loro natura multiforme alla faccia di quanti provano nostalgia per i muri e i confini blindati. Il sound della band formata da Ali Chafik and Arnaud Jacques e dal chitarrista Nycollas Medeiros è assolutamente attuale ed esaltante con quella sua anima ritmica meticcia contaminata da sprazzi di elettronica che strizza l’occhio alla gioia  tipica degli anni Ottanta. View to Share, brano che inaugura le danze, è un inno alla diversità e alla voglia di lasciarsi per sempre dietro la concezione/visione di un mondo a compartimenti stagni. Man mano che il disco procede si ha la conferma che la band nutra un profondo ed urgente desiderio di comunicare con il pubblico per renderlo partecipe delle proprie scoperte (non solo sonore). Did You? suona, e non potrebbe essere altrimenti, come l’inno di quanti non hanno ancora trovato la loro causa: la chitarra di Medeiros è una lama nel fianco dell’ascoltatore che non dà mai tregua e sospinge il componimento verso la forma perfetta. Volendo dirla tutta Hello//Angel, terza fatica della formazione, arriva con le sue loud vibes a rompere la stanchezza di un panorama sonoro apatico e troppo spesso impegnato ad esaltare quello che è già stato fatto&suonato. Se mancherete di intercettare gli Holbrook perderete ogni diritto a lamentarvi del piattume sonoro che vi circonda! Siete avvisati! (Matteo Ceschi)

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MOGWAI, EVERY COUNTRY’S SUN, ROCK ACTION 2017

C’era bisogno, a questo punto della carriera dei Mogwai, di un album che tornasse a spostare gli equilibri a favore del loro lavoro “principale”. Le loro (bellissime) esplorazioni cinematografiche, peraltro connaturate alle possibilità del genere che i Mogwai hanno contribuito a creare, hanno rischiato ultimamente di mettere in ombra una discografia dai risultati alterni. C’è quindi solo da rallegrarsi per l’uscita di questo validissimo Every Country’s Sun, nono album in studio per la band di Glasgow, il primo dopo l’abbandono del chitarrista e fondatore John Cummings. In parte, sembra una sorta di compendio di oltre 20 anni di carriera: le esperienze cinematografiche che si riversano nella prima metà dell’album (Crossing The Road Material, Aka 47, 20 Size), il ritorno del produttore Dave Fridmann e dell’uso massiccio dei synth, ora caldi ora gelidi, il gioco con la forma-canzone (Party In The Dark), i momenti da Mogwai d’annata (quelli che hanno scritto la storia del genere) fra sterminati landscapes e sfoghi deflagranti (la stessa 20 Size, Battered At A Scramble , Old Poisons). Più sottilmente, però, è un lavoro che continua l’incessante ricerca sonora dei nostri – perché, gliene va dato atto, i Mogwai non stanno mai fermi. È difficilissimo rinnovarsi quando si è così strettamente legati a un genere e ad un tipo di sonorità (un legame che deriva dal fatto che quel genere e quelle sonorità si è contribuito più di ogni altro a definirle), ma i Mogwai sono troppo intelligenti per farsi imbrigliare in stilemi da loro stessi costruiti; spostano quindi, rispetto alla formula degli inizi, l’obiettivo della ricerca, e lavorano di fino: più che nel “wall of sound” e nella vastità del suono è ora nelle minuzie, nelle stratificazioni graduali, nel controllo e nelle sottigliezze che Braithwaite e soci continuano a esplorare nuove possibilità, forti di un desiderio innovativo ancora intatto e di una maturità stra-consolidata. E in questo, nell’andare oltre, nel ridefinire i confini, nell’essere ancora significativi e genuini, i Mogwai si sono sempre dimostrati un passo avanti agli altri. Eppure… resta per me un disco che lascia qualcosa in sospeso, o più probabilmente che mi richiede più tempo rispetto ad altri per essere metabolizzato. Quando sento i pezzi che più guardano all’indietro mi assale forte il dubbio: e se questo ritorno al passato, a una specie di comfort-zone, suonasse più nostalgico che espressivamente urgente? Le vette della discografia dei Mogwai hanno la stessa capacità di catturare e coinvolgere dell’esperienza live, quel magnetismo che fa stare migliaia di persone in assoluto silenzio durante un sussurro per poi travolgerle in un istante con un’onda sonora che non dimenticheranno mai più (chi li ha sentiti in concerto sa perfettamente cosa vuol dire essere schiacciati all’improvviso da un muro di suono)… ecco, quell’immediatezza espressiva, che fosse brutalità, ferocia, oppure il suo contrario, una delicatezza che lascia a bocca aperta, un po’ manca, o mi manca, che è come dire che la ricerca dei Mogwai si è forse fatta un po’ troppo cerebrale, finendo per interporre fra loro e gli ascoltatori una distanza che nei loro lavori migliori veniva completamente annullata dalla potenza comunicativa. Questo, almeno, su disco, perché ho invece piena fiducia nella resa dal vivo. Rimane, sia chiaro, un album immensamente al di sopra della media, che sa regalare vere e proprie perle (tra queste anche Coolverine e la splendida titletrack in conclusione). Ci rifletterò ancora, intanto bentornati. (Elisa Giovanatti)

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GABRIELE MITELLI O.N.G., CRASH, PARCO DELLA MUSICA RECORDS 2017

Nuovo lavoro di Gabriele Mitelli, interessantissimo trombettista ormai bel noto sul panorama nazionale, Crash è un album che, per scelta, convoglia la creatività del giovane bresciano in tre lunghe suite piuttosto che in singoli pezzi: questo per lasciare più spazio possibile alla pratica dell’improvvisazione, per favorire la libertà d’espressione, per assecondare il flusso di quanto prende corpo strada facendo. Il risultato è un percorso musicale d’assieme – Mitelli è qui inserito in un quartetto di prim’ordine – a cui l’ascoltatore si avvicina prudente, accolto (si fa per dire) da tutta la ruvidezza noise che costituisce l’inizio di Frequency, ma nel quale non può che rimanere intrappolato, grazie ad un’esplosione di creatività ambiziosissima e perfettamente riuscita, in pieno controllo. Le tre suite, passando per incursioni rock e post punk, trovano il modo di omaggiare Sun Ra (anche con richiami espliciti a Lanquidity) e, scelta audace e inaspettata, A tratti dei C.S.I. di Giovanni Lindo Ferretti. Il quartetto all’opera è di altissima qualità, ed è responsabile della creazione di atmosfere acide e psichedeliche: oltre allo stesso Mitelli (pocket trumpet ed elettronica) troviamo alla batteria Cristiano Calcagnile, insieme al quale Mitelli aveva partecipato a Multikulti Cherry On (Caligola Records 2016), bellissimo progetto ispirato a Don Cherry, che del resto sembra essere una delle principali fonti d’ispirazione di questo Crash; quello che sembra un basso è invece la bellissima chitarra baritono di Gabrio Baldacci, mentre l’altra straordinaria chitarra elettrica è quella di Enrico Terragnoli. Lavoro molto denso, merita grande attenzione. (Elisa Giovanatti)

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