Tag Archives: Rouge Promozione Musicale

CHRYSTA BELL, WE DISSOLVE, AWAL/KOBALTMusic REC 2017

Si torna indietro nei nebbiosi e uggiosi anni Novanta con We Dissolve di Chrysta Bell, artista poliedrica che può vantare un estimatore come il regista David Lynch che l’ha voluta a recitare nella nuova e attesissima serie di Twin Peaks dopo numerosi progetti discografici realizzati in tandem. Lo si intuisce già da Heaven, prima traccia del disco, che non lascia dubbio a riguardo e se ne ha la certezza scorrendo velocemente i nomi di alcune guest: il produttore John Parish e, scusate se è poco, Adrian Utley dei Portishead. Il sound è quello di un pop votato alla contaminazione che cerca il “guizzo assassino” nell’incerto equilibrio del jazz e nella fredde certezze dell’elettronica. Gravity, il singolo che anticipa l’album e che certo non passerà inosservato, possiede nella sua anima “artificiale” il calore della musica da camera. Planet Wide, così lasciva e imprevedibile nella sua aggressività sonora, non ha mai smesso di piacermi fin dal primo istante in cui vi ho posato sopra orecchio. Detto ciò, non grido certo al miracolo anche se sono conscio di avere in cuffia un album solido e ben realizzato che non manca certo di un paio di acuminate frecce per trapassare il muro dell’indifferenza sonora che, ahimè, troppo spesso ci circonda e ci rende pigri di fronte all’esplorazione sonora. (Matteo Ceschi)

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NICOLAS MICHAUX, A LA VIE A LA MORT, TÔT OU TARD 2017

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Belga giramondo dalla personalità eclettica, Nicolas Michaux guarda senza timore di offendere la madrepatria alla Francia di Serge Gainsbourg e agli States post-grunge di Elliott Smith. E lo fa con una voce felina che ricorda un po’ lo scostante distacco di Carla Bruni. Le sonorità dell’album rispecchiano in pieno le caratteristiche del suo creatore: si passa dal pop minimale ricco di spunti danzerecci “da camera” della title track e di Un imposteur al folk sbarazzino di Croire en ma chance con un chitarra che suona deliziosamente “sgangherata”. Poi quando meno te lo aspetti arriva il rock più profondo e cavernoso un po’ in stile Television di Les îles désertes, il migliore pezzo dell’intero disco che pur si mantiene su standard decisamente elevati. A la vie, à la mort, sebbene non riscriva le regole del gioco, quantomeno ha i numeri per restituire a chi si pone l’ascolto validi strumenti per leggere ed interpretare le note che verranno. Se Nicolas non dovesse raggiungere il più grande pubblico sarebbe un peccato mortale per l’intero panorama europeo che, ahimè, rimarrebbe prigioniero dei suoi peggiori incubi televisivi. (Matteo Ceschi)

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JOSEPH PARSONS: QUANDO IL ROCK NON DIMENTICA LE SUE ORIGINI

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Ce la siamo presa comoda, ma finalmente torna INDIANA MUSIC MAGAZINE! La cover story, prima di tutto: protagonista del numero è Joseph Parsons, artista statunitense e per la verità cittadino del mondo, fra i padri della scena emo-folk-rock di Filadelfia, che ha recentemente pubblicato il bellissimo doppio album The Field/The Forest. Con una seconda intervista, quella a Carla Zerbi (Rouge Promozione Musicale), abbiamo cercato invece di andare incontro alle vostre curiosità sulle diverse professionalità coinvolte nella filiera discografica, approfondendo qui il lavoro di promozione grazie allo sguardo attento dell’intervistata. Molto ricca anche la sezione recensioni, con Francesco Di Bella, Mother Island, Hello Shark e Piers Faccini. Cliccate sulla copertina e passate un Halloween da indiani!

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CORB LUND, THINGS THAT CAN’T BE UNDONE, NEW WEST REC. 2016

Corb Lund

Ascoltando Things that Can’t Be Undone si ha subito la piacevole sensazione di essere stati iniziati a un viaggio, un cammino lungo e faticoso, verso le radici sonore nord-americane, un tragitto che al contempo pare capace di colorare cartoline in b&w in cangianti diapositive a colori 2.0. Il canadese Corb Lund, bisogna ammetterlo, suona decisamente più americano del più incallito Kentucky kid sciorinando una sequenza di baldanzosi brani country-rock – volete chiamarle ballads, fatelo pure! – che solo qua e là si concedono divagazioni Seventies verso quella che potremmo azzardare a definire una tarda vena psichedelica folk. Per tutta la lunghezza dell’album Lund vuole accompagnare l’ascoltatore alla scoperta di angoli nascosti dove la passione sembra sgorgare ovunque in refrigeranti fiotti creativi. Dotato di una voce pacata ma non per questo priva di profondità, il cantautore dell’Alberta riesce ancora a sorprendere quanti pensavano di avere appreso tutto quanto necessario della tradizione americana. Sadr City, e Talk Too Much, brano che abbraccia incondizionatamente il pop-rock dei Sixties, sapranno forse catturare più di altre tracks le fantasie di noi cowboy di città! HYIIIII AHHHH! (Matteo Ceschi)

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CARAVAN PALACE, ROBOT FACE, MVKA 2016

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Direttamente dalla rive gauche parigina arrivano in un tripudio di ritmi house-swing-electro e melodie baldanzose à la The Great Gatsby i Caravan Palace. Il disco vi aggredirà fin dalla prima traccia, Lone Digger, con cui comincerete a sudare tutti i Martini cocktail che avete “colpevolmente” ingurgitato. Da buon conoscitore della scena musicale d’oltralpe, ammetto che era un pezzo che qualcosa di veramente forte non giungeva a solleticare con tale insistenza le mie navigate orecchie. Quando la tracklist si allontana dai generi già citati, sfocia con esplosiva esuberanza nello scat e in un ibrido sonoro che potremmo benissimo definire neo-gospel (correte ad ascoltare Mighty!). Tutto quello di cui avete sempre avuto bisogno per scatenarvi lo troverete finalmente stipato e condensato in <I°_°I>! Anche il gusto per tutto quello che è proibito! Che la festa cominci e non finisca mai! (Matteo Ceschi)

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KULA SHAKER, K 2.0, STRANGE FOLK RECORDS

Kula Shaker, K 2.0

I Kula Shaker tornano e lo fanno senza fare rimpiangere i loro migliori momenti. Accanto alle inevitabili quanto ormai famigliari citazioni orientali fanno capolino elementi folk (manco a farlo apposta la nuova etichetta si chiama Strange Folk!) e schegge di progressive à la Traffic. K 2.0 si apre con il cerimoniale indiano contaminato dal rock di Infinite Sun per poi proseguire sulla via dei mantra e dei mandala verso una dimensione musicale che pare restituire alla quotidianità quella sua imprescindibile essenza umana. Here Come My Demons, quasi a metà della tracklist, si configura come il cuore pulsante di questo percorso che dalle salite mozzafiato del titolo,  la montagna K2, scollina poi verso un territorio solo apparentemente inesplorato, un territorio che i Kula Shaker hanno intenzione di restituire nella sua pienezza all’ascoltatore. Ecco a voi, la landa chiamata Musica, troppo spesso dimenticata. Il fascino per l’Oriente e gli orientalismi democraticamente cedono spazio a una prospettiva rock che ha nei già citati Traffic e nel Syd Barret solista dei guru gentili ma imprescindibilmente severi. In un alone mistico e misticheggiante il viaggio della band inglese si conclude con Mountain Lifter, una “fine-non-fine” che lascia il pubblico libero di iniziare l’ascesa delle vette emotive in solitaria. (Matteo Ceschi)

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