Tag Archives: UK indie music

IAM{X}, METANOIA, ORPHIC/CAROLINE 2015

Metanoia

Perturbanti atmosfere dark con una massiccia presenza di abrasiva potenza industrial raggiungeranno il vostro cervello cominciando ad erodere il concetto di serenità e di calma. Metanoia, ultima fatica del produttore londinese Chris Corner, ha dalla sua una presenza ed un’irruenza sonora che oggi è difficile riscontrare anche nei prodotti discografici più riusciti. Spessi suoni sintetici – in cui, in maniera quasi terapeutica, vengono riproposti gli schemi degli Eighties – sembrano uscire da una catena di montaggio per aggredire prima i critici e poi il pubblico e per poi spingere tutti in un torbido intreccio danzante. Musica da club, sicuramente quella di IAM{X}, ma anche adatta per quanti vogliono tranciare di netto con le rassicuranti melodie del mainstream ben sapendo che, una volta fatta la scelta, non potranno più tornare indietro. Se non mi credete andatevi ad ascoltare Happiness o North Star. La musica 3.0 è finalmente arrivata alle nostre orecchie! (Matteo Ceschi)

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INDIANA PLAYLIST OTTOBRE

IndianaPetrolio

Il prog elettronico dei Syne, la psichedelia dei The Yellow Traffic Light, la canzone di denuncia di Sananda Maitreya, l’alternative rock dei Deadweather (Jack White ed Alison Mosshart, ad esempio, vi dicono qualcosa?), il cantautorato limpido di Erica Mou, il blues strumentale di Stefano Meli, il superfunk del duo londinese Public Service Broadcasting, le atmosfere dense create dagli Editors, e quelle intimiste proposte dai canadesi Majical Cloudz, le immagine evocative di David Ragghianti o il punk rock dei Potty Mouth. Siete pronti per una nuova infornata di buona musica? Eccovi accontentati con l’INDIANA PLAYLIST di OTTOBRE!

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INDIANA PLAYLIST SETTEMBRE

INDIANA PLAYLIST quadratoBordeaux

Per non farvi intristire troppo in questo inizio di autunno vi proponiamo una medicina antidepressiva: la musica! Eccoci allora a presentarvi i 12 brani dell’ INDIANA PLAYLIST di SETTEMBRE, che si apre e si chiude con due voci femminili: Tracey Thorn, con la sua intimista Let me in e Joss Stone con la sensuale-mediterranea Let me breathe. E per rimanere in tema di cantautorato femminile troviamo più avanti la struggente Fakhita, tratta dal bel disco di debutto di Mimosa. E poi la nostra selezione si addentra nei più svariati meandri sonori, dal cantautorato folk di Fraser A. Gorman – qui con Book of love, contenuta nell’album Slow gum, in bilico fra Bob Dylan e Lou Reed – al metal dei tedeschi Child of Caesar, rappresentato dal brano Lost Scarifice,  fino allo slowcore dei Low, che qui potete assaggiare nell’ipnotica The Innocents. Non ci resta che augurarvi buon ascolto!

BBBB

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JOSS STONE, WATER FOR YOUR SOUL, STONE’D RECORD

Joss-Stone-Water-For-Your-Soul-2015

Più giovane di Amy Winehouse, Joss Stone faceva ingresso nel mondo del soul bianco dall’anima black nel 2003, a soli 16 anni, con l’album d’esordio The Soul Sessions, lo stesso anno di pubblicazione di Frank della sfortunata collega. Proprio per la presentazione di quel folgorante album ebbi la fortuna di vedere dal vivo la giovanissima Joss durante uno showcase. Da allora l’artista inglese è riuscita a gestire bene la sua carriera, arrivando a collaborare anche con il supergruppo Superheavy, composto nientepopodimenoche da Mick Jagger, Dave Stewart e Damien Marley. E’ proprio con Damien che la Stone ha scritto le ottime Love me e Wake up, brani inseriti in questo nuovo disco, che ha visto quattro anni di gestazione. Così il reggae è entrato a far parte in modo prepotente nel mondo di Joss, collaborando (nel singolo The Answer) anche con Dennis Bovell, veterano della musica nata in Giamaica che ha lavorato anche con i nostri 99 Posse. La solarità del reggae – in questo album ce n’è davvero tanto – si sposa bene con la freschezza che Joss sprigiona in modo naturale, ma in Water for your soul ci sono anche molte altre sfumature che vanno scovate e apprezzate: il funky dell’incisiva e matura This ain’t love e di Star, morbide sonorità esotiche (Stuck on you, Star, quest’ultima con venature dub e la presenza di un bel coro di bambini), dove vengono inseriti tabla indiane, percussioni africane e asiatiche e altri strumenti “non convenzionali”, sensuali venature fra il mediterraneo e l’r’n’b (Let me breathe, una delle più belle del disco), il delicatissimo soul di Sensimilia e tentazioni hip-hop. Il disco, forse un po’ troppo lungo (14 tracce), punta verso gli attuali gusti musicali della cantautrice (l’acqua per l’anima del titolo si riferisce proprio al suo rapporto con la musica), invece che a inseguire a tutti i costi i vertici delle classifiche con brani forzatamente modaioli. Del resto si dice che la stessa Amy Winehouse dopo Back in black avesse intenzione di fare un disco reggae, in collaborazione proprio con Damien Marley, ma che la Island non approvò il progetto… (Katia Del Savio)

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RECORD SELLER’S MONTHLY CHOICE – GIUGNO 2015

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Quasi in coincidenza con il primo anniversario della messa on-line di INDIANA, inauguriamo una nuova collaborazione con lo storico negozio di dischi di Milano Rossetti Records & Books (vedi pagina partner). Maurizio & Aron, i titolari, ci suggeriranno ogni mese il titolo di un disco indipendente, nuovo o classico, che stanno spingendo di più nel loro punto vendita. Il nostro vivissimo consiglio è di prestare occhio ai loro suggerimenti e, se siete di strada, passare a trovarli in via Cesare da Sesto 24, a Milano, a pochi metri dalla fermata della metropolitana S. Agostino. Non perdetevi, allora, il box colore arancione sulle nostre pagine!

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THE THIRST: IL FUNK-ROCK SCUOTE LE STRADE DI LONDRA

The Thirst, early June 2015_easy

Ruvidi quel tanto che basta da fare risaltare le mille sfumature funk ben al di sopra della prepotente matrice rock, i The Thirst suonano ancora in strada – nell’occasione in cui li ho incontrati e fotografati, nella centralissima Tottenham Court Road – e distribuiscono a mano il loro EP, Laugh with the Sinners. Ma hanno già in cantiere un album (in arrivo entro la fine dell’anno) e l’idea di scuotere la scena musicale inglese ed europea fino a fare rivalutare a noi critici stanche verità date ormai, un po’ per pigrizia e un po’ per mancanza di originalità dei prodotti, per acquisite. A metà esatta tra l’inarrivabile modello di Sly & The Family Stone, la sbarazzina sfrontatezza degli Outkast più sofisticati – per intenderci quelli in cui lo zampino di Andre 3000 è più evidente – l’arcobaleno ritmico di Jamiroquai e un immancabile pizzico di Beatles, il quartetto di Brixton suona senza pregiudizi e complessi e lo fa con la convinzione dei propri mezzi. I brani, dalla street hit, Damn Girl, a Dance, Dance fino a Music Sounds Better, cover degli Stardust, danno più di un’idea di quello che ci si potrà aspettare dal primo lavoro ufficiale. L’affollatissima scena musicale londinese ha mangiato e sputato via migliaia di gruppi, ma il boccone rappresentato dalla band dei fratelli Mensah & Kwame Hart, suona così dolce e prelibato da meritare di essere gustato fino in fondo e di diventare un piatto fisso del menù à la carte della Swinging London 3.0. Il mio consiglio è di ampliare i vostri tour londinesi e di provare a scovarli adesso che siete ancora in tempo di goderveli nella loro intensa ed eccitante versione “buskers”! (Matteo Ceschi)

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FRANZ FERDINAND & SPARKS, FFS, DOMINO 2015

FFS

La collaborazione tra la band di Glasgow capitanata da Alex Kapranos e la storica rock band di L.A. decolla subito sulle note di un teatro canzone esuberante che gioca e si prende gioco degli schemi e del conformismo sonoro: Johnny Delusional, brano che apre le danze, suona a metà tra il David Bowie più pop e Kurt Weill & Bertolt Brecht regalando ottime impressioni a chi si pone all’ascolto. Senza allontanarsi troppo dal palco e dalle sue regole, Call Girl riaccende l’entusiasmo sotterraneo per Marc Bolan ricordando ancora una volta le infinite possibilità della musica, ieri così come oggi. Assolutamente anarchica nelle forme e nei contenuti, Police Encounters, un’irriverente e serrata marcetta capace di accendere la passione per l’illecito. Sul finire del disco The Power Couple accarezza le ambizioni lisergiche di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band riportando FFS alla sua dimensione di una pièce teatrale-musicale. Parole per la chiusura di Piss Off non ce ne sono, le hanno già spese tutte gli artisti dal palco! Per Alex Kapranos & soci non ci sono ripetizioni ma solo schegge impazzite di evoluzione artistica. (Matteo Ceschi)

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GLI SLEAFORD MODS FINALMENTE IN ITALIA!

Sleaford Mods Italian Tour poster

Di seguito un assaggio dell’intervista concessa dagli Sleaford Mods in esclusiva per l’Italia ed uscita sullo “Speciale Punk” dello scorso febbraio, intervista che potrete leggere per intero – ve la consigliamo vivamente! – scaricando gratuitamente il numero speciale nella sezione “Magazine.” Già che ci siamo, vi ricordiamo le tre date che il duo punk-electro-hip-hop inglese terrà a giorni nel nostro paese: 2 maggio, Bologna, al Covo Club; 3 maggio, Milano, all’Arci Biko; 4 maggio, Roma, all’Init.

INDIANA: Una volta Nottingham era nota come la città di Robin Hood e del Forest di Brian Clough, la squadra due volte vincitrice della Coppa Campioni. Ora ci sono gli Sleaford Mods. Come è cambiata la scena cittadina da quei tempi e dopo il vostro esordio del 2007?

JASON WILLIAMSON: Guarda, ad essere onesti Nottingham non è mai brillata nel panorama musicale e fa piacere poter dire di avere fatto qualcosa di decente e che qualcosa fatto dalle nostre parti comincia a essere apprezzato in Inghilterra e anche all’estero. A Nottingham tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta c’era una bella scena di musica da club, un mondo, ti confesso, che qualcosa mi diceva e che deve avere contribuito non poco alla mia formazione musicale. Ammetto di non avere mai tanto seguito il Nottingham Forest, ma la squadra, come hai ricordato, andava molto forte negli anni Settanta. Ho molti amici tifosi che vanno allo stadio e come ogni tifoso che si rispetti conducono una vita di alti e bassi. Come non capirli, è ovvio che oggi rimpiangono i bei tempi.

Vi considerate gli eredi di qualcuno o pensate di avere avviato voi stessi una tradizione musicale?

Si tratta semplicemente di punk. Nulla di più. Divertente, molto inglese e carico di rabbia. Ma dirti che discendiamo in linea diretta da tutti quegli altri grandi, questo proprio non so. Non ne sono tanto sicuro…

CONTINUA LA LETTURA SCARICANDO GRATUITAMENTE LO “SPECIALE PUNK” NELLA SEZIONE “MAGAZINE”

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SONARS, JACK RUST AND THE DRAGONFLY IV EP, DILRUBA RECORDS 2015

Jack Rust_easy

E se il movimento psichedelico fosse arrivato all’insaputa del grande pubblico fino agli anelli di Saturno? Con ogni probabilità mi dareste ormai come perso in vaneggiamenti fantascientifici. Ma sarei costretto con delicatezza a smentirvi invitandovi a partecipare a un esaltante happening sul gigantesco Titano, una delle lune del pianeta appena nominato. I Sonars – per due terzi inglesi purosangue, i fratelli Paysden, e per un terzo italiano, Serena Oldrati – vengono da Bergamo e portano con loro un’innata e spontanea gioia sonora che, presto o tardi, farà emergere in voi quel côté hippie che manco vi ricordavate di possedere. Le quattro tracce, montate insieme per narrare le peripezie dell’immaginario – non si sa quanto – capitano Jack Rust, non vi opporranno alcuna resistenza e dischiuderanno orizzonti che solo in parte possiamo ritenere terrestri. Il mood del disco non riconduce solo ai Beatles, sempre loro, ma dipinge un percorso artistico che è riuscito a fare di tutta la psicadelia, anche quella più pop, una ragione sufficiente per vivere bene con se stessi. Il brano Dragonfly IV, è il migliore esempio della camaleontiche doti di questo trio che promette già da ora di avviare un’interessante tradizione. (Matteo Ceschi)

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