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JOAN AS POLICE WOMAN & BENJAMIN LAZAR DAVIS, LET IT BE YOU, REVEAL REC./BERTUS 2016

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Sodalizio artistico nato dalla comune passione per la sperimentazione e il viaggio, Let It Be You, vede collaborare con ottimi risultati Joan Wasser, meglio conosciuta come Joan as Police Woman, una delle più conturbanti star della indie music statunitense, e il polistrumetista Benjamin Lazar Davis. Il disco, cominciamo fin d’ora a dirlo, appare molto convincente per tutta la sua lunghezza con la sola esclusione di Overloaded, brano, passate il termine non proprio da educanda, “paraculo”. Il richiamo più evidente per la commistione tra rock, elettronica, pop e, mettiamocela pure dentro visto il tema del viaggio, world music è sicuramente Nina Hagen anche se l’impronta vocale e stilistica di Miss Wasser non viene mai schiacciata: Magic Lamp, terza traccia, è una gemma di potenza e delicatezza allo stesso tempo capace di definire nuovi schemi e mode sonore. Satellite, oltre la metà dell’album, è la composizione che meglio regge alla fusione degli ego dei due artisti. Provare Let It Be You, non vi costerà niente, magari a cominciare dal singolo Broke Me In Two… e se poi dovesse piacervi… (Matteo Ceschi)

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HELLO SHARK, DELICATE, ORINDAL RECORDS 2016

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Forse abbiamo trovato le note giuste per inoltrarci nell’autunno. Sono quelle di Lincoln Halloran, che da una decina d’anni sta girando il nord-est degli Stati Uniti col suo progetto Hello Shark, una musica “confessionale” e intimista, fatta in casa, scarna, spoglia, malinconica, dall’incedere lento, strascicato, che tuttavia conquista per il calore e la sincerità dell’emozione che riesce a raccontare. I dodici pezzi di Delicate – titolo indovinatissimo – si esauriscono in poco più di mezzora, mettendo a nudo vulnerabilità, insicurezze e fragilità magistralmente trasferite nei tesi, semplici, diretti, i veri protagonisti di questo album: qualunque cosa accada di contorno, al centro della nostra attenzione rimangono sempre le parole, cantate dalla voce delicata, talora dolente, talora incrinata, di Halloran, affiancato in molte tracce da Katie Bennett, che aggiunge un contro-canto etereo e morbido alla vocalità così efficacemente imperfetta di Halloran. Fatevi una passeggiata e portatevelo in cuffia. (Elisa Giovanatti)

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DANZIG, SKELETONS, EVILIVE REC./AFM REC. 2015

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Intendiamoci, Skeletons non è certo un disco paragonabile agli ormai classici Lucifuge (1990) e How the Gods Kill (1992), ma ciò non toglie che sotto la scorza un po’ lo-fi e “amatoriale” – Glenn Danzigus  stesso annuncia sullo sticker in copertina che la sua nuova fatica vuole essere un passepartout per potere entrare ancora più in sintonia con la sua musica – si celi un genuino progetto sonoro. La serie di rock cover proposte vuole nella sua essenziale semplicità fotografare almeno una parte del complesso percorso artistico che ha visto l’ex-frontman dei Misfits attivo non solo nel rock ma anche in altre branche dell’arte come il fumetto (il marchio Verotik non vi dice nulla?). Ed è proprio a questo approccio caleidoscopico che bisogna rifarsi nel momento in cui ci si decide ad ascoltare Skeletons. Le dieci tracks rappresentano degli spunti sonori e come tali vanno presi per completare un ascolto comunque piacevole e capace di evitare il ricorso all’odiosa azione di “skippare”, tipica di molte produzioni contemporanee. Solo così si potrà apprezzare la lamentosa interpretazione post-punk di Lord Of The Thighs degli Aerosmith o la schietta versione di Rough Boy intrisa di maturità dei texani ZZ Top. Let Yourself Go di Elvis suona per l’occasione quel tanto dark & satanic da fare rizzare i peli ai più irsuti bikers. Quindi, per concludere, se state cercando un break di genuina evasione rock, affidatevi anima e corpo a questa playlist redatta per l’occasione dal buon Danzig. (Matteo Ceschi)

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INDIANA PLAYLIST OTTOBRE

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Il prog elettronico dei Syne, la psichedelia dei The Yellow Traffic Light, la canzone di denuncia di Sananda Maitreya, l’alternative rock dei Deadweather (Jack White ed Alison Mosshart, ad esempio, vi dicono qualcosa?), il cantautorato limpido di Erica Mou, il blues strumentale di Stefano Meli, il superfunk del duo londinese Public Service Broadcasting, le atmosfere dense create dagli Editors, e quelle intimiste proposte dai canadesi Majical Cloudz, le immagine evocative di David Ragghianti o il punk rock dei Potty Mouth. Siete pronti per una nuova infornata di buona musica? Eccovi accontentati con l’INDIANA PLAYLIST di OTTOBRE!

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IN ATTESA DI PETE ROCK

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Cresce tra gli appassionati della musica rap l’attesa per PeteStrumentals 2, disco strumentale di Pete Rock, uno dei più innovativi e solidi produttori hip-hop degli ultimi vent’anni. Il disco arriverà a una certa distanza, notevole, per la verità, dal precedente volume uno uscito ormai nel lontano maggio del 2001 per l’indipendente BBE Records. A distanza di quattordici anni – PeteStrumentals 2 uscirà il prossimo 23 giugno – cambia solo l’etichetta, questa volta la Mellow Music Group, label che sta raccogliendo da un paio di anni al suo ovile i migliori nomi della scena rap d’oltreoceano. Il talento del rapper/produttore, come si può ascoltare dal singolo Cosmic Slop (stesso titolo di un album dei Funkadelic) pare avere acquisito nel tempo ancora maggiore consapevolezza fino a condensare in soli due minuti e mezzo più di cinquant’anni di black music: il caratteristico “ritardo” del beat, vero e proprio marchio di fabbrica della casa, è solo l’architrave su cui Pete Rock erige la sua Babele sonora. Tutto in Cosmic Slop possiede un equilibrio e una giusta collocazione tanto che dal tappeto di note e di suoni campionati emerge distintamente il respiro della metropoli contemporanea. Il suggestivo video in bianco & nero, opera di Jay Brown & Zack Kashkett, non fa che accentuare le profonde radici street del pezzo. (Matteo Ceschi)

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RED PILL, LOOK WHAT THIS WORLD DID TO US, MELLOW MUSIC GROUP 2015

Red Pill Dopo l’esperienza gratificante con gli Ugly Heroes – potete leggere la recensione del titolo in questione su INDIEceRed Pill, rapper di Redford, Michigan, trova il tempo di dedicarsi al suo esordio solista. Il disco – che vanta una squadra di produttori eterogenea tra cui compare il nome dello stesso Red Pill – veleggia su un agile mood jazzato che ha in That’s Okay e in Rap Game Cranky due ottimi esempi di “free-rap” notturno. Tutto in Look What This World Did to Us possiede una morbida ruvidezza che richiama da un lato i fasti sonori degli anni Sessanta – se non mi credete, andatevi ad ascoltare il loop stile Curtis Mayfield di Kids prodotta da Hir-O – e dall’altro il flow preciso e fluido dei migliori maestri della East Coast. Ottimo MC, Red Pill dimostra anche un peculiare gusto in qualità di produttore prediligendo un sound vintage stile anni Quaranta che fa tanto atmosfera da Martini cocktail e aiuta a rinverdire i più seri dettami dell’old school rap. Un ottimo album nel complesso, che vi consiglio caldamente; ma, se cercate il mood polleggiato da club, vi converrà guardare altrove. La mia proposta indecente comunque è questa: gustarlo in compagnia di amici accompagnandolo con del buon Rémy Martin stando però sempre pronti a coglierne ogni singolo suggerimento sonoro! (Matteo Ceschi)

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NYCTAPER: ESPERIMENTO DI DEMOCRAZIA SONORA SUL WEB

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La piattaforma statunitense NYCTaper.com ha lanciato da un po’ di tempo, dal 2007 per l’esattezza, un vero e proprio esperimento di democrazia digitale tra amanti della musica ed artisti. Il meccanismo su cui si fonda il portale di archiviazione, sharing & downloading in questione è molto semplice e diretto: 1) amanti della musica si recano quotidianamente a concerti nell’area di New York City; 2) molti di loro registrano con apparecchiature sempre più professionale la performance della loro band preferita; 3) una volta acquisto in digitale il live la persona contatta i diretti interessati, gli artisti, e, se ha il loro via libera, carica in MP3 e in FLAC i brani on-line. In questo meraviglioso circuito virtuoso a chiunque è concesso l’accesso sia per il downlaod che per l’upload con la sola limitazione che l’ultima parola spetta comunque alla band o al cantante registrato che, in ogni momento, può chiedere agli amministratori di rimuovere i files che lo interessano. Senza soffermarmi sulla velocità per lo scaricamento dati a catturare l’attenzione e ad accendere un briciolo di speranza per un futuro più libero della rete è la stretta collaborazione tra pubblico e produttore, tra chi acquista i biglietti dei concerti e i dischi e chi fa musica di mestiere per campare. La qualità delle performance caricate, sia che si tratti di big o di emergenti, è ottima e NYCTaper.com rappresenta al momento un’incredibile finestra sul ricco universo sonoro d’oltreoceano. Noi vi abbiamo avvisato!

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DIAMOND DISTRICT, MARCH ON WASHINGTON, FATBEATS RECORDS/MELLO MUSIC GROUP 2014-15

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Oddisee, Uptown XO e yU provengono dal più profondo underground del District of Columbia e il fatto di essere approdati alla Fatbeats Records – oggi la migliore etichetta hip-hop statunitense che per la qualità dei prodotti può rivaleggiare persino con l’estinta Rawkus – non ha smussato il loro approccio street e da commentario sociale. Il loro sguardo musicale rimane critico anche in un momento, quello della presidenza Obama, in cui molti con superficialità facilona dimenticano il “brutto che rimane in giro.” I Diamond District piombando sui palazzi del potere, li scoperchiano e rammentano a chi li abita che, solo a poche centinaia di metri dal Campidoglio e della Casa bianca, orde di disperati e delinquenti premono per uscire da edifici fatiscenti e ridisegnare con tinte forti la cartolina della capitale mondiale del potere. Ed è proprio al concetto di “power”, in particolare al potere delle parole e del suono, che il trio di MCs capitano da Oddisee (che produce tutto l’album) si affida per fare ritornare il rap alla sua prima missione, quella di “voce dei senza voce.” Senza gli isterismi “gansta” degli N.W.A., March on Washington raggiunge con un’efficacia tagliente in stile Public Enemy le menti di quanti sono disposti a vedere. A facilitare il compito, un tappeto di beat che più che al mood hardcore di Terminator X e soci sembra, invece, rifarsi al mood jazzato dei Gang Starr di Guru e DJ Premier. (Matteo Ceschi)

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OLIVIA JEAN, BATHTUB LOVE KILLINGS, THIRD MAN REC. 2015

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Direttamente dall’operosa e magica corte musicale di Jack White, arriva sui vostri stereo il debutto solista della polistrumentista Olivia Jean. Dopo un passato da sidewoman in televisione e sul palco, e un ruolo centrale con le Black Belles, sempre per l’etichetta Third Man, la brava Olivia si cala svelta nei panni della frontwoman e sgretola con poche note le certezze della concorrenza. Lasciati da perdere gli inquietanti avvenimenti evocati dal suggestivo titolo, il disco comincia a salire in quota rivelando all’ascoltatore un talento puro e libero da ogni condizionamento sonoro: accanto agli anni cinquanta fanno capolino richiami alle lussureggianti atmosfere dei Caraibi, al folk-rock, alle rudi maniere delle garage bands e persino alle inquietudini delle riot girls. Il tutto è assemblato con grande maestria, spesso, addirittura, nella stessa traccia, tanto da risultare sempre originale e mascherare l’ingombrante presenza di Jack White, produttore attento e parsimonioso sideman nella sola Cat Fight. Olivia dimostra di avere studiato bene la storia, ma il passaggio dell’esame di maturità sembra avere lasciato in lei solo un ricordo sbiadito su cui incidere liberamente graffianti fraseggi e ipnotiche melodie. La scarna e poetica Haunt Me è un perfetto manifesto di popular music – con suggestioni à la Exile on the Main St. o à la Bryter Layter – tanto da rivelare che certi musicisti contemporanei sono in grado di cancellare ogni debito con chi li ha preceduti e di allungare il passo verso nuovi territori sonori. Senza timore di essere smentito, annuncio che il migliore disco rock dell’anno suona tutto al femminile. (Matteo Ceschi)

 

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