Category Archives: experimental

POLARIS, POLARIS, AUTOPRODUZIONE 2016

I Polaris sono Dario Nistri (batteria e voce), Gabriel Di Maggio (sax), Mitch Coda (basso), Andrew Casa Apice (synth) e, in 5 brani, Robert Barrett (chitarra). La loro proposta è difficilmente inquadrabile, racchiude elementi di space rock, progressive, jazz e post rock, ma penso di poter dire che la componente fondante del progetto sia l’attitudine jazzistica (intesa come approccio più che come sound): ne è un macroscopico esempio l’onnipresente sax, ma l’attitudine si manifesta in moltissimi altri dettagli (i tempi, il tocco sulla batteria…) e soprattutto nella vena improvvisativa; i pezzi registrati per questo debutto nascono come vere e proprie jam session, l’attitudine ad esplorare e sperimentare liberamente emerge in ogni momento e la “band” stessa, del resto, è molto più a suo agio nel definirsi progetto piuttosto che gruppo, a riprova di un approccio jazz presente fin nel midollo. Ciò detto, è incredibile come nulla di tutto questo precluda alla altrettanto evidente presenza di numerose altre spinte ed influenze, un background eclettico (dai King Crimson fino ai nostrani Julie’s Haircut) che si respira ad ogni nota, siano quelle inquietanti dell’iniziale Lovers and Giants, quelle ossessive di Cassiopea, quelle acide di Dreamscape o quelle stratificate che compongono il raffinatissimo chiaroscuro di Bible Black, crimsoniana anche nel titolo. Siamo insomma al cospetto di un lavoro (10 pezzi in tutto) incredibilmente denso, complesso, certo non per tutti, ma che può regalare gioie ai più temerari. (Elisa Giovanatti)

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PAOLO TARSI: LA MIA STANZA DELLE MERAVIGLIE

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Torna, con un numero breve ma ricco, l’appuntamento con INDIANA MUSIC MAGAZINE: il protagonista di questo mese è Paolo Tarsi, compositore, pianista e organista, allievo di Luis Bacalov, autore e interprete di performance e installazioni presentate in musei, gallerie d’arte, aeroporti; Paolo Tarsi ci presenta qui il suo nuovo lavoro Petite Wunderkammer e ci dà modo di fare una veloce ma intensa puntata nel suo interessantissimo mondo, fatto di musica classica, contemporanea, jazz, rock, elettronica, ma anche di cinema e di arte. A seguire, come sempre, i nostri dischi preferiti: Sampha, Nicolas Michaux e Peter Piek. Per il download gratuito del magazine basta cliccare sulla copertina qui sopra.

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PAVO PAVO, YOUNG NARRATOR IN THE BREAKERS, BELLA UNION/PIAS 2016

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Interessantissimo debutto per i newyorkesi Pavo Pavo, talentuoso quintetto nato tra le mura di Yale, dove tutti i componenti hanno studiato musica (guadagnandosi anche qualche collaborazione importante, vedi John Zorn), e si sente: l’inventiva, la facilità del songwriting, la complessità e maturità del lavoro effettuato in studio (sovraincisioni, utilizzo di strumenti vintage, innumerevoli interventi di alto artigianato musicale)  sono sorprendenti, e sfociano in un album che porta alla mente artisti fra loro lontanissimi – il genio di Brian Wilson che aleggia, i vocalismi dei Grizzly Bear, il glam rock degli Sparks e tantissimo altro ancora – ma che, in maniera altrettanto evidente, è molto più della somma delle loro influenze. Tra sperimentazione e pop, Young narrator in the breakers sfugge a qualsiasi tipo di catalogazione e regala una fortissima impronta personale. Pezzi freschi, ritmati, scintillanti (Ran, ran, run, 2020, We’ll have nothing going on), oppure dolci e lirici (Somewhere in Iowa, Wiserway), oppure squarci di pura inventiva (Belle of the ball, John (A little time)), raccontano la magia e il panico del passaggio dall’adolescenza alla vita adulta, ed il senso di perdita e di malinconia che accompagna questo passaggio. Quello che è sicuro è che in questo disco si fluttua e ci si perde ad ammirare la leggerezza di una musica eccezionalmente ben fatta. (Elisa Giovanatti)

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PAOLO TARSI, FURNITURE MUSIC FOR NEW PRIMITIVES, CRAMPS/RARA RECORDS 2015

Paolo Tarsi - Furniture music for new primitives (cover)

Per gli amanti di avant pop e musica contemporanea segnaliamo oggi l’ultimo lavoro di Paolo Tarsi, compositore, organista e pianista, collaboratore di artisti quali Tullio Pericoli e Marco Tirelli, compositore di musiche per mostre di Paolo Cotani, Mario Giacomelli, Andy Warhol, autore di performance e installazioni per gallerie e musei d’arte contemporanea, allievo di Luis Bacalov negli studi di composizione di colonne sonore per il cinema. È tuttavia il rapporto con la narrazione scritta quello che Tarsi indaga in questo Furniture Music For New Primitives, uscito per la collana POPtraits Contemporary Music Collection di Cramps Music e l’etichetta Rara Records e ispirato al romanzo Le città della notte rossa (1981) di William S. Borroughs: un testo che qui è punto di riferimento soprattutto sul piano formale, con i brani di Tarsi a restituire a loro modo la scrittura sperimentale dello scrittore Beat, lo sfondo cupo delle tematiche più esistenziali, il senso di alienazione e le scorribande oniriche. Il tutto con un lavoro molto fine di scambi e influenze fra avanguardie colte e linguaggi pop. Lunghissima la lista di collaboratori, dal quartetto Junkfood a Paolo Tofani (Area), da Enrico Gabrielli (Calibro 35, ex Afterhours) a Sebastiano De Gennaro (Baustelle, Le Luci Della Centrale Elettrica), solo per fare alcuni nomi. (Elisa Giovanatti)

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TEHO TEARDO INCONTRA MAN RAY: INTERVISTA SU INDIANA MUSIC MAGAZINE

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INDIANA MUSIC MAGAZINE torna dopo l’estate con il suo numero 10, un’uscita per noi particolarmente importante: intanto perché abbiamo l’onore di ospitare Teho Teardo, che in una bella intervista ci accompagna all’ascolto del suo nuovo album e ci svela alcune delle mille sfaccettature del suo mondo artistico; e poi, perché con questo numero festeggiamo il nostro primo compleanno da indiani, un traguardo per il quale ringraziamo tutti voi, invitandovi a continuare l’avventura. Per l’occasione presentiamo una nuova grafica per il magazine, ancora più pulita e leggera, impegnandoci a lavorare per migliorare di giorno in giorno. Come sempre spazio anche alle migliori recensioni del mese: Mimosa, Fraser A. Gorman e Tracey Thorn. Il tutto gratis, semplicemente cliccando sulla copertina qui sopra. Buona lettura!

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PAOLO SPACCAMONTI, RUMORS, SANTERIA/ESCAPE FROM TODAY 2015

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Più della delicatezza malinconica – pur molto presente in vari brani del disco – è il lato oscuro, inquieto e cupo a offrire la giusta chiave di lettura di Rumors, terzo album solista di Paolo Spaccamonti: “non è facile per me spiegare questo disco, credo abbia a che fare con l’assenza e la disperazione, la malattia e il dubbio. Come la tenacia con cui a volte ci si alza dal letto per scansare la pazzia. Tutto il resto è brusio di fondo, chiacchiericcio, rumors…”, spiega Spaccamonti; ed è in Croci/Fiamme, Sweet EN e Il Delinquente Va Decapitato che viene fuori il sofferto tentativo della vita, quella vera, di emergere da quel soffocante strato di quotidianità inessenziale e futile, in uno sforzo immane (ma necessario) di conciliazione fra dentro e fuori, per superare il brusio di fondo e ritrovare noi stessi. Sono pezzi scurissimi, sulfurei, in cui assistiamo a un’irrequietezza montante grazie ad accumuli di linee strumentali e tensione, sferzate metalliche ed espedienti vari, che si fermano appena prima della soglia del rumorismo, in un intelligentissimo e complesso equilibrio espressivo. Sono pezzi così efficaci che ci sorprende, poi, la schiarita di brani come Io Ti Aspetto (un bel dialogo, delicato e malinconico, fra la chitarra di Spaccamonti e il violoncello di Julia Kent) o il vago esotismo di Giorni Contati, le due tracce che più si discostano dal procedimento compositivo alla base dell’album: affastellamento e sovrapposizione di linee strumentali, appunto, in processi di accumulo perfettamente percepibili sin dall’iniziale titletrack o, ancora, in Seguiamo Le Api (e le seguiamo davvero, in mille fili e percorsi diversi). Una grande dimostrazione di maturità, una potente prova di quanto si possa dire senza usare le parole. (Elisa Giovanatti)

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AL BERKOWITZ, A LONG HEREAFTER/NOTHING BEYOND, TEMPEL ARTS 2015

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È raro vedere una band spagnola varcare i confini nazionali, ancora di più se questa band suona un singolare miscuglio di folk, rock e psichedelia: per fortuna però accade ad Al Berkowitz, formazione madrilena capitanata dal cantante e polistrumentista Ignacio Simón, che pubblica finalmente a livello mondiale questo secondo LP, a poco più di un anno di distanza dall’uscita in Spagna. Ed è con una certa sorpresa che ci troviamo così di fronte a una band dalla precisa e unica identità musicale, mantenuta anche nei continui e disinvolti passaggi da un genere musicale all’altro; arrangiamenti preziosi e armonie (vocali e strumentali) variegate e raffinatissime sono le caratteristiche su cui si imperniano gli 8 pezzi di A Long Hereafter/Nothing Beyond, da quelli che suonano in una sorta di morbido e soave folk psichedelico (You And I, How Could We Get Ourselves Lost?, Sensitive, Not Dramatic) fino alle più istrioniche prove di Magical Cynical, Farewell, My Lady e soprattutto The Frenchman And The Rabbitman: inventiva, multicolore, quest’ultima raccoglie in 8 minuti idee e materiali che sarebbero bastati a costruire un intero album. Rielaborando con sensibilità influenze molteplici (da Robert Wyatt, cui rimandano certi delicatissimi andamenti delle linee vocali, a Nick Drake, dai Beach Boys ai Pink Floyd) gli spagnoli riescono a proporre un suono unico e originale, trovando anche un difficile equilibrio fra stile ed emozione. Speriamo di risentirli presto all’opera. (Elisa Giovanatti)

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CATERINA PALAZZI SUDOKU KILLER, INFANTICIDE, AUAND 2015

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Il titolo un po’ forte – con esplicito riferimento a Incestiside dei Nirvana, fra gli ispiratori di questo nuovo lavoro – è da intendere come abbandono dell’ingenuità ludica e fanciullesca per un’età adulta spesso amara, con le sue ineludibili asperità. Questo, dunque, a 5 anni di distanza dal primo album con la formazione Sudoku Killer, il pensiero che ispira Infanticide, nuova creatura di Caterina Palazzi, e che si riflette in tutte le tracce, tanto ricche di sperimentazioni ardite, dissonanze stridenti, suggestioni noise, esplosioni elettriche, quanto toccanti nelle loro dolci melodie. È un mondo sonoro incredibilmente simile a quello della Starless dei King Crimson, ostico e oscuro ma non privo di squarci lirici, e pronto a qualsiasi metamorfosi. La contrabbassista romana, vincitrice nel 2010 del Jazzit Award come miglior compositrice, non ha certo paura di osare: jazz nord-europeo, rock, musica sperimentale, grunge e rock psichedelico forniscono continue sfumature cangianti ai 5 pezzi che compongono l’album (i titoli, in giapponese, si riferiscono a giochi numerici nipponici), suite strumentali con radici ben piantate negli anni ’70 ma proiettate nel futuro. Dirompente Sudoku Killer, con il suo urlo iniziale; affascinante la scrittura di Hitori, Futoshiki e Masyu, con le sue continue invenzioni; necessaria la tregua di Nurikabe. Da sottolineare l’abilità tecnica dei componenti della formazione, oltre alla bravissima Caterina: Antonio Raia al sax, Giacomo Ancillotto alla chitarra, Maurizio Chiavaro alla batteria. Grande prova, per iniziati. (Elisa Giovanatti)

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LA NOTTE DEI LUNGHI COLTELLI, MORTE A CREDITO, TIRRENO DISCHI/BALCK CANDY 2014

La notte dei lunghi coltelli

Un disco “disturbante” e “disturbato” fin dalla copertina. Se il nome inquietante scelto da Karim qqru, batterista degli Zen Circus, richiama a sinistri snodi storici della contemporaneità, il sound del disco pare invece volere risolvere sul piano sonoro le frizioni della contemporaneità spingendo oltre ogni sensatezza il suono verso un mix di elettronica minimal e di massive hard rock che non potrà che dividere il pubblico in fazioni. Il riferimento naturale a questo tipo di approccio brutale e lacerante sono gli statunitensi Death Grips, ma nell’intricato collage allestito per l’occasione dal trio (Izio Orsini e Ale Lera gli altri due vertici del triangolo) non mancano sorprendenti riferimenti alla chanson française e alla musica sacra. Nelle intenzioni degli autori non c’è nessuna volontà di piacere ma solo l’impellente necessità di esprimere la voce di una contemporaneità che certo non appare gentile e morbida nelle sue manifestazioni. Morte a credito, è un disco per gente dal palato fine ma dal cuore forte. (Matteo Ceschi)

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JOHN FRUSCIANTE, ENCLOSURE, RECORD COLLECTION 2014

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La follia spesso e volentieri è sinonimo di genialità. Lo è sicuramente nel caso di John Frusciante, ex-chitarra dei Red Hot Chili Peppers. E lo è in una maniera sempre più evidente e fulgida. Fin dalla copertina del nuovo Enclosure, si intuisce la volontà dell’artista di comunicare con il pubblico ma di volerlo fare alla sua maniera, da un punto fisicamente distante e, soprattutto, separato dal mondo. Da una enclosure, appunto. A noi ascoltatori l’arduo compito di decifrare i messaggi sonori, di renderli pubblici e di ridurre la distanza dal rifugio creativo dove tutto nasce nella solitudine. Solo così attrezzati, si sarà in grado di immergersi nella follia sonora di Mr. Frusciante arrivando a scorgere gradualmente il sentiero intrapreso dalla musica, tra evoluzioni chitarristiche “funkadeliche”, effetti e un tripudio organizzato di campionamenti stile Eighties che dal rock premono verso atmosfere tra il dub e il trip hop. Nel complesso un’ottima prova – forse una delle più convincenti della carriera solista del chitarrista – che lentamente si depositerà per maturare in fondo al vostro cervello. (Matteo Ceschi)

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