Tag Archives: strumentale

CUCINA SONORA, EVASIONE, TOYS FOR KIDS RECORDS 2017

Evasione come fuga da un luogo, come liberazione da una condizione opprimente o come leggerezza, disimpegno? Sono, forse, tutte queste cose insieme quelle che si trovano nell’album di Cucina Sonora, il progetto solista di Pietro Spinelli, toscano trasferitosi a Berlino, artista di solidissima formazione classica e di più recenti studi di sound engineering, che ha condiviso il palco con artisti come Aucan e Godblesscomputers. Dialogo fra classico e moderno, fra pianoforte ed elettronica, all’insegna della leggerezza e della solarità, Evasione procede prevalentemente su ritmi incalzanti, sostenuti, una sorta di moto perpetuo in cui Spinelli si trova molto a suo agio (fino a correre il rischio, scampato per un soffio, di ripetersi), ma regala emozioni anche laddove rallenta e lascia emergere sprazzi di umanità e preziosa sensibilità: accade per esempio nella bellissima Dissolution, o anche in Cocktail, unica traccia non strumentale del lavoro, che rivisita con classe il trip-hop degli anni ’90 anche grazie alla voce calda e morbida di Ginevra Guerrini. Una voce si era già sentita per la verità nella precedente Sistema Lunare, che esplora uno dei classici tópoi della tradizione elettronica (la luna, appunto, così come gli astri e lo spazio) avvalendosi della registrazione del “Landing a man on the moon” speech di J.F. Kennedy (’61), così come di altri elementi umanizzanti e robotici insieme (conto alla rovescia, procedure di controllo ecc.). Una sensazione di cerebralità senza freddezza pervade tutto il disco, ed era forse il traguardo più difficile da raggiungere per questo tipo di musica: complimenti quindi a Spinelli, alle sue dita che saltellano e si rincorrono sul pianoforte, al suo approccio leggero – che pure nasconde un grande lavoro – e alla sua voglia di giocare. (Elisa Giovanatti)

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PAOLO SPACCAMONTI & RAMON MORO, I CORMORANI, DUNQUE/SUPERBUDDA 2016

cormorani

Opera prima del regista Fabio Bobbio, I cormorani – al cinema dal 1° dicembre, si trova ancora in qualche sala – è un racconto di formazione insieme intenso e delicato. Tra film e documentario, segue (quasi letteralmente, perché sembra li insegua con la telecamera) la vita qualunque di due dodicenni colti nel passaggio tra infanzia e adolescenza, in un’estate qualsiasi di una non ben identificata provincia del nord Italia, un tempo che i ragazzini trascorrono un po’ annoiati fra bosco, fiume e centro commerciale, mentre dentro di loro cominciano a farsi strada le ansie della scoperta e del cambiamento. Costruito per sottrazione (non c’è una vera e propria trama, poche e a volte poco udibili sono le parole) il film deve molta della sua capacità di emozionare alla colonna sonora appositamente composta da Paolo Spaccamonti e Ramon Moro, anch’essa essenziale, scarna, ma straordinariamente pregnante. E se per il tipo di creatività di Spaccamonti era per me naturale pensare a uno sbocco cinematografico – non è il primo, per la verità – scopro oggi in Ramon Moro, che non conoscevo, la stessa sensibilità nell’interagire con altre forme di espressione al di fuori della musica: nell’insieme la chitarra del primo e la tromba del secondo (a cui si aggiunga il grande lavoro di produzione di Gup Alcaro) creano intrecci perfetti nell’instaurare un’atmosfera di sospensione e attesa, nel sottolineare tensioni montanti, nel suggerire – e poi sciogliere – grovigli emozionali e poetici, il tutto in maniera sempre discreta, estremamente controllata, mai sovrabbondante. Continuamente oscillante fra il commento in musica (l’espressione per così dire di un punto di vista adulto sulla vicenda dei due ragazzini, di cui mette in risalto tutte le pieghe emozionali) ed il contrappunto alla realtà (un “accompagnamento” al piano della narrazione), la colonna sonora di I cormorani commuove ed emoziona anche senza l’ausilio delle immagini, ma il mio consiglio è di goderne a tutto tondo, davanti allo schermo. (Elisa Giovanatti)

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EXPLOSIONS IN THE SKY, THE WILDERNESS, TEMPORARY RESIDENCE 2016

eits

Splendido ritorno per gli Explosions In The Sky in un anno particolarmente felice per gli amanti del post-rock (The Wilderness è uscito lo stesso giorno di Atomic dei Mogwai, e recentissimi sono i nuovi lavori dei Tortoise e dei Godspeed You! Black Emperor). La formazione texana negli ultimi tempi si è dedicata alla composizione di colonne sonore – un territorio non estraneo alle band che si esprimono in questo genere, per sua natura molto evocativo – e non ha smesso di esplorare, cercando un nuovo linguaggio con cui esprimersi. Il risultato è un album che davvero ridefinisce l’estetica del quartetto, con una musica che raggiunge l’effetto e l’impatto emozionale tipico degli EITS ma lo fa percorrendo strade diverse, nuove. The Wilderness è un disco fatto di piccolissimi dettagli, che l’ascoltatore scopre mano a mano che ci si immerge (e ne scoprirà di nuovi tornando all’ascolto una seconda volta, e poi ancora): rifiniture, minuzie, particolari nascosti dietro ogni angolo, che a differenza dei noti andamenti “ad esplosione” caratteristici della band di Austin contribuisce piuttosto a costruire una sorta di ripiegamento interiore. Brevi spruzzate elettroniche, incursioni nell’ambient, silenzi (o quasi), sono alcuni dei tanti piccoli gesti usati a mo’ di punteggiatura nel libero fluire dell’emozione. È qui, nei dettagli, che si manifesta come fattore determinante una delle novità di The Wilderness, ovvero l’utilizzo dell’elettronica (efficace anche quando impiegata come tappeto sonoro, certo, ma raffinatissima sulla piccola scala). Poi, per carità, non mancano esplosioni e cavalcate, ma per una volta gli apici emozionali del disco non stanno tanto in queste strutture quanto piuttosto nella costruzione complessiva di un’epica trattenuta, sommessa. L’album si sviluppa come una sorta di arco che raggiunge il suo culmine nelle tracce centrali (Logic For A Dream e Disintegration Anxiety sono fra i brani più incisivi), partendo piano con la bellissima titletrack e congedandosi dolcemente dall’ascoltatore con l’altrettanto bella Landing Cliffs; nel mezzo la luminosità di The Ecstatics, la delicatezza di Losing The Light, la frenesia di Tangle Formations, e così via, in un susseguirsi di paesaggi sonori in cui si accumulano le immagini che scorrono davanti ai nostri occhi. Bentornati Explosions In The Sky. (Elisa Giovanatti)

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OUT SOUTH, DUSTVILLE, FITZCARRALDO RECORDS/800A RECORDS

Dustville

Secondo album per il quartetto siciliano Out South, Dustville è un lavoro dall’anima profondamente blues che non disdegna le più disparate contaminazioni, tutte mantenute saldamente sotto controllo dall’impronta del tutto personale della band. Otto tracce strumentali, composte da  Lorenzo Colella (chitarra elettrica e acustica) e registrate live in studio, esprimono un sound evocativo e molto diretto che lascia fluire colori e sfumature diverse con grande eleganza. Dustville è un luogo immaginario, in cui i musicisti lasciano convergere le proprie esperienze umane e artistiche, per creare nuova musica e partire per un nuovo viaggio. E mentre davanti ai nostri occhi si affastellano immagini di una polverosa America on the road, le trame di questo lavoro via via si complicano e si infittiscono (Junk, Red Towers e Up), dando vita a un’ultima parte dell’album in cui si percepisce un retrogusto rock-jazz (interpretato, di nuovo,  con grande sensibilità) e si infiltra anche la tradizione delle grandi jam band americane. Fabio Rizzo (chitarra slide), Luca Lo Bianco (basso) e Ferdinando Piccoli (batteria) completano con grande qualità la formazione degli Out South, da tenere d’occhio. (Elisa Giovanatti)

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ROCCO LOMBARDI: DA SIDE-MAN A PRIMO CITTADINO DEL RITMO

Cover-JANUARY 2016 DEF easy

Inauguriamo il 2016 con un bellissimo numero di INDIANA MUSIC MAGAZINE dedicato a Rocco Lombardi: il batterista svizzero ripercorre con noi la sua ormai lunga esperienza musicale, dal vivo e in studio, in una lunga intervista che delinea la carriera del nostro attraverso i suoi modelli musicali, un approccio e una sensibilità tutti personali, i lavori registrati in studio – largo spazio all’ultimo album GiG, esordio come solista – e le esperienze live, con amici e compagni di viaggio di lunga data. Un’intervista di cui siamo particolarmente contenti e che vi invitiamo a leggere. A seguire, le recensioni selezionate questo mese: Mèsico, Io e La Tigre, The Chanfrughen. Ma non è tutto! Cliccare sulla copertina per credere.

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PILLOLE INDIANE, TRE PROGETTI ARTISTICI DA TENERE D’OCCHIO

E’ liberamente ispirato”a Frankenstein di Mary Shelley, Frank (etichetta Dischi Obliqui), l’ultimo lavoro  dei vicentini Nova Sui Prati Notturni (Federica Gonzato, Gianfranco Trappolin, Giulio Pastorello  e Massimo Fontana). Il disco è uscito nel 2014, ma è giunto a noi solo ora, e vista la bravura del quartetto sarebbe stato un peccato non parlarne. I NSPN propongono un interessante, evocativo post-rock: basterebbero i brani strumentali, il cinematografico Elettricità e Victor con il suo sorprendente finale impazzito, a lasciarci trascinare senza meta nel dilatato, viscerale mondo sonoro di Frank, opera rock che il gruppo porta in scena con l’accompagnamento di video e con l’aiuto di una macchina “che macina schermografie fluorescenti su ingranaggi dorati in cilindro di plexiglass”. Dalla new-wave del singolo Code all’hard-rock con venature dark di Seven in mezzo passano suggestioni, graffi, squarci, momenti melodici e follie sonore. Da non perdere.

ErnestLiver

Le Ernest’s Liver non si fermano mai. Dal maggio dell’anno scorso, quando pubblicarono il loro primo, omonimo, EP, hanno continuato a produrre la loro musica e a pubblicarla immediatamente su Bandcamp. L’ultima fresca fatica si chiama Pale Blue Eyes, dove le tre ragazze non nascondono il loro amore per Velvet Underground e Lou Reed, mentre in I bet that you where born arrivano le suggestioni smaccatamente dylaniane. Entrambi i riferimenti artistici sono presenti anche nel resto delle produzioni dei trio formato dall’italo-americana Aileen, voce e chitarra armonica, da Vally (sax, clarinetto, tastiera) e da Gloria (batteria e voce). Le ragazze arrivano da Praticello di Gattatico (RE), ma la loro residenza ufficiale sembra essere il Greenwich Village: il loro primo EP vanta titoli come la folk-rock Allen Ginsberg, la ballata acustica strumentale dedicata alla Pivano Fernanda Revisited o la conclusiva Bob Dylan’s Dream. Nelle scorribande sonore delle Erne’st Liver non mancano brani garage e blues! Ah, il fegato (liver) è quello di Ernest Heminguay.

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“Fiori finti talmente belli da sembrare veri/fiori veri talmente belli da sembrare finti”. Questo è l’inizio dell’album e del brano Avventure umane particolari, un pop divertente che non si vuole schiodare dalla testa. L’album di debutto di Alessandro Casalis è un insieme di cartoline pop-rock spedite dalla vita quotidiana fatta di incertezze (Avventure umane particolari), di abbandoni (La festa), di insicurezze (Invisibile), di bilanci (Questa vita) trattati con leggerezza, ironia e disincanto. In Alieni vestiti da impiegati Alessandro si trasforma  in un cantante folk-rock nel solco della tradizione dylaniana-de gregoriana. L’album contiene anche due brani strumentali: la pillola elettronica L’atterraggio (alieno?) e il conclusivo, etereo, Sunday Morning.

(Katia Del Savio)

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ADRIANO VITERBINI, FILM |O| SOUND, BOMBA DISCHI/GOODFELLAS 2015

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Molta della bellezza di questo secondo lavoro solista di Adriano Viterbini (voce e chitarra del progetto Bud Spencer Blues Explosion) risiede nella delicatezza e nella precisione dell’approccio: che si accosti pezzi di altri artisti o che proponga brani autografi, Viterbini lo fa in modo rispettoso, consapevole, maturo e personale. Il risultato è un viaggio affascinante, quasi tutto strumentale, che percorre in lungo e in largo la geografia mondiale, nel solco del blues ma con orizzonti aperti alle più disparate influenze. Le ritmiche tuareg sono lo spunto di Tubi innocenti, prima tappa di Film |O| Sound (il titolo del disco, a proposito, è un evidente gioco sul nome del proiettore a bobine degli anni ’40, usato qui come amplificatore). Andiamo nell’Africa nera con la successiva Malaika, brano interpretato tra gli altri da Harry Belafonte e Miriam Makeba, proposto qui in una versione essenziale, con la melodia affidata alla tromba di Ramon Caraballo, uno dei tanti artisti ospiti, e siamo ancora in Africa anche con la bella Tunga Magni di Boubacar Traore. Straordinarie Nemi, Solo perle, Welcome Ada (con Bombino) e Bakelite, che ci portano in terre aride e desertiche, e non senza una buona inclinazione per un’evocatività cinematica, confermata anche dalla dolce cover di Sleepwalk, grande classico di Santo & Johnny, che qui incontra qualche tocco di psichedelia e un sorriso. L’America a stelle e strisce è omaggiata anche nell’unico pezzo cantato del disco, Bring It On Home, con Alberto Ferrari dei Verdena alla voce, per una versione tutta da ascoltare del classico di Sam Cooke. Il viaggio si conclude su una rivisitazione morbida, delicatissima e sognante di un’altra pietra miliare, Five Hundred Miles. Un lavoro consigliatissimo, in cui Viterbini riassume le sue grandi passioni, tutte tenute sotto un velo meravigliosamente elegante. (Elisa Giovanatti)

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LUCA OLIVIERI, LA SAGGEZZA DELLE NUVOLE, AG PROD. 2015

Disco strumentale con due inserti vocali, l’ultima, la terza, per l’esattezza, fatica di Luca Olivieri gode di un respiro profondo e cosmopolita sebbene rimanga evidente e forte tutta la sua matrice nostrana. Definire “ambient” le nove tracce sarebbe davvero riduttivo nella misura in cui a sorprendere di più nel corso dell’ascolto non è la sola atmosfera piuttosto un mosaico di trame melodiche e ritmiche, inserite alla perfezione tra l’elettronica e la classica, che richiamano al dinamismo del cinema e non a un mero esercizio di maniera. Olivieri, accompagnato da collaboratori del calibro del trombettista Giorgio Li Calzi e Cesare Malfatti, giusto per nominarne due più noti al pubblico, non solo svela la sua ambizione di volere dare un’inquadratura e un volto alla musica che sta suonando ma ammette in tutta franchezza sonora l’incapacità di resistere al fascino delle sue stesse creazioni. La saggezza delle nuvole vi accompagnerà in un viaggio senza ritorno verso una nuova ed inedita dimensione del suono e della parola. (Matteo Ceschi)

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INDIANA PLAYLIST MAGGIO

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Cari lettori, in attesa di uscire la prossima settimana con lo speciale numero di maggio-giugno che conterrà una doppia intervista a due veterani della musica italiana, i tre piccoli indiani vi propongono oggi l’INDIANA PLAYLIST DI MAGGIO. Gustatevi qui nove stuzzicanti brani che vi faranno scoprire nuovi mondi sonori!

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ATTENTION SLAP, THE ANIMAL AGE, AUTOPRODUZIONE 2015

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Concept album frutto di una fantasia visionaria e di amate letture orwelliane, The Animal Age ci catapulta in un mondo sinistro non troppo dissimile dal nostro: un topo, un coniglio, un asino e un maiale sono i protagonisti – insieme a un Okapi, rivoluzionario su cui sono riposte le speranze di cambiamento – del racconto allegorico che accompagna l’uscita del primo full length degli Attention Slap, lavoro interamente strumentale (salvo qualche inserto vocale in cui la voce, però, è in verità uno strumento aggiuntivo) che con una grande capacità narrativa e insperata immediatezza restituisce il senso di un universo corrotto e opprimente, popolato da loschi personaggi. Chitarre, sassofono, basso, synth e batteria dialogano tra loro in una sapiente e disinvolta commistione di generi, dall’acid-jazz al rock, dal funk al prog, per una musica dal fortissimo impatto visivo, che se non può fare a meno di richiamare il già citato Orwell, sa anche disegnare davanti ai nostri occhi le luci al neon e la contemporaneità dolente di un Hopper. Per la maestria tecnica e la complessità del progetto, questo coraggioso quartetto pavese merita davvero i nostri complimenti. Dal vivo promettono show esplosivi. (Elisa Giovanatti)

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