Category Archives: world music

AMERIGO VERARDI, HIPPIE DIXIT, THE PRISONER REC. 2016

In questo doppio album dell’artista pugliese c’è molto indie rock anni Novanta ma l’istinto mi spinge più in là di così fino a riabbracciare lo spirito libero di Volo magico di Claudio Rocchi. Quindi ci sono gli anni Novanta ma anche molto più – forse, a ben vedere, solo loro – gli anni Settanta con tutte le loro sfumature/contraddizioni musicali e culturali. Mentirei spudoratamente se annunciassi semplicemente di essere di fronte a un buon album: Hippie dixit spinge il critico e l’ascoltatore a sbilanciarsi ben oltre il già sentito dire, fino a perdersi nelle sue complesse ed affascinanti pieghe sonore. La suite intitolata L’uomo di Tangeri, brano che apre le danze, è un esplicito invito a testare di persona l’incognita del viaggio, sia esso quello fisico o quello trascendentale che inevitabilmente ne consegue. Riprendendo la lezione di Rocchi, Amerigo Verardi non si pone limiti fisici all’esplorazione e così facendo dilata in tutte le direzione le sensazione che nutrono e accompagnano il viaggio. I richiami world non spiccano ma servano a fortificare le fondamenta dell’album in una maniera che non potrà che risultare sorprendente. Brindisi dedicata con cosciente coscienza sentimentale alla natia città abbatte il tabù di Lou Reed e sfronda il rock contemporaneo da ogni residuo pudore nei confronti del passato. Le cose non girano più e A me non basta, con la loro essenza “terrena” chiudono di fatto la tracklist di un percorso affascinante che, però, si percepisce idealmente non accetta la parola “fine”: Amerigo Verardi, si lascia così alle spalle il compiuto e comincia già ad ipotizzare e figurarsi forme e dimensioni dell’incompiuto all’orizzonte. Hippie dixit, un disco coraggioso come la scoperta di un continente. (Matteo Ceschi)

Tagged , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

MANUEL VOLPE & RHABDOMANTIC ORCHESTRA, ALBORE, AGOGO RECORDS 2016

Albore_MV_cover

La voce è una, quella calda, profonda e avvolgente del marchigiano Manuel Volpe, eppure sembrano tante, perché i luoghi di questo Albore sono molteplici (dall’Africa al Mediterraneo), le influenze disparate (spiritual jazz e jazz contemporaneo, poliritmie del Continente Nero, suggestioni medio orientali), l’impasto musicale intricato (ma molto ben intelligibile), con voce e strumenti a scambiarsi di frequente di ruolo. Albore è un lavoro plurale nel senso più bello del termine. È un viaggio eclettico, in spazi fisici ma anche interiori, che sfocia in una sorta di realismo magico, complici i ritmi caldi e sensuali della Rhabdomantic Orchestra. Personalmente, le mie tracce preferite sono la titletrack, Nostril e Atlante, ma è poi la sensazione d’insieme a prevalere alla fine dell’ascolto. L’album è uscito per la prestigiosa label tedesca Agogo Records, un altro tassello di questo bel viaggio. (Elisa Giovanatti)

Tagged , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

GERA BERTOLONE, LA SICILIENNE, SEAHORSE/SONORA 2015

Gera Bertolone

Impegnata nel recupero e nella promozione del patrimonio culturale siciliano, Gera Bertolone è cantante, clarinettista ed etnomusicologa: tre modi differenti di vivere il rapporto con la musica, uno spessore formativo complesso, un background poliedrico di gran peso, che non può se non essere estremamente esigente, anzitutto con se stessa. Di qui forse deriva, ascoltando La Sicilienne, la sensazione di un lavoro maniacale, in cui nulla è lasciato al caso. Una tracklist ben farcita recupera brani della ricchissima tradizione musicale siciliana offrendone una rilettura rispettosissima e contemporaneamente non immune da una raffinata impronta autorale. I mezzi espressivi sono quelli della tradizione isolana, di cui si colgono anche i disparati influssi mediterranei, mentre la vocalità di Gera, raffinata ed espressiva, sa coinvolgere ed emozionare, sostenuta dalla collaborazione del polistrumentista Rares Morarescu (violino, mandolino, chitarra e arrangiamenti). Il progetto è audace e incontrerà favori all’estero, dove le nostre tradizioni sono apprezzate e studiate e questo genere di operazioni è riconosciuto in tutto il suo valore, ma potrà contribuire anche in Italia ad avvicinare una fetta di pubblico alla scoperta di questo repertorio. Intanto, Gera Bertolone ci consegna un album dal sapore antico, che a ben guardare racconta storie di valenza universale, oggi come nella notte dei tempi. (Elisa Giovanatti)

Tagged , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

ADRIANO VITERBINI, FILM |O| SOUND, BOMBA DISCHI/GOODFELLAS 2015

viterbini

Molta della bellezza di questo secondo lavoro solista di Adriano Viterbini (voce e chitarra del progetto Bud Spencer Blues Explosion) risiede nella delicatezza e nella precisione dell’approccio: che si accosti pezzi di altri artisti o che proponga brani autografi, Viterbini lo fa in modo rispettoso, consapevole, maturo e personale. Il risultato è un viaggio affascinante, quasi tutto strumentale, che percorre in lungo e in largo la geografia mondiale, nel solco del blues ma con orizzonti aperti alle più disparate influenze. Le ritmiche tuareg sono lo spunto di Tubi innocenti, prima tappa di Film |O| Sound (il titolo del disco, a proposito, è un evidente gioco sul nome del proiettore a bobine degli anni ’40, usato qui come amplificatore). Andiamo nell’Africa nera con la successiva Malaika, brano interpretato tra gli altri da Harry Belafonte e Miriam Makeba, proposto qui in una versione essenziale, con la melodia affidata alla tromba di Ramon Caraballo, uno dei tanti artisti ospiti, e siamo ancora in Africa anche con la bella Tunga Magni di Boubacar Traore. Straordinarie Nemi, Solo perle, Welcome Ada (con Bombino) e Bakelite, che ci portano in terre aride e desertiche, e non senza una buona inclinazione per un’evocatività cinematica, confermata anche dalla dolce cover di Sleepwalk, grande classico di Santo & Johnny, che qui incontra qualche tocco di psichedelia e un sorriso. L’America a stelle e strisce è omaggiata anche nell’unico pezzo cantato del disco, Bring It On Home, con Alberto Ferrari dei Verdena alla voce, per una versione tutta da ascoltare del classico di Sam Cooke. Il viaggio si conclude su una rivisitazione morbida, delicatissima e sognante di un’altra pietra miliare, Five Hundred Miles. Un lavoro consigliatissimo, in cui Viterbini riassume le sue grandi passioni, tutte tenute sotto un velo meravigliosamente elegante. (Elisa Giovanatti)

Tagged , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

JOE BARBIERI, COSMONAUTA DA APPARTAMENTO, MICROCOSMO DISCHI 2015

JOE_BARBIERI_-_2015_-_Ph_Marco_Rambaldi_5

Quanti colori e quanta grazia nel nuovo Joe Barbieri (nella foto di Marco Rambaldi), Cosmonauta Da Appartamento, un viaggio che muove da una miriade di suggestioni letterarie e raccoglie, facendole proprie, altrettanto varie suggestioni musicali: bossanova, samba, bolero, hip hop, jazz, chanson esistenzialista, sonorità e ospiti che arrivano da ogni angolo del mondo (ma anche da ogni tempo) danno vita a un elegante intreccio di toni e registri, estroverso e gioioso, con qualche nota più cupa, per poi chiudere il cerchio tornando a casa, nel bellissimo brano che dà il titolo all’album. Si parte con Itaca, e forse non esiste altra parola che come questa racchiuda in sé tanto l’eterna attitudine tutta umana al viaggio, la scoperta, il superamento delle barriere, quanto l’altrettanto umano desiderio di ritornare a casa. Si passa poi per episodi molto ben riusciti come la raffinatissima e dolente Subaffitto (bandoneon di Paolo Russo), il singolo L’Arte Di Meravigliarmi (con La Shica), Facendo I Conti (con arpa, celesta, hammond e orchestra), fino alla conclusiva Cosmonauta Da Appartamento, immagine emblematica del viaggiatore che canta il mondo dal divano. La voce di Barbieri corre lieve e delicata seguendo ogni sfumatura di questa mutevolissima tavolozza, accompagnata nel suo viaggio da collaborazioni preziose: Hamilton De Holanda (cui molto si deve della bellezza della titletrack), Luz Casal, La Shica e il nostro Peppe Servillo. Buon viaggio. (Elisa Giovanatti)

Tagged , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

IL FOLK ITALIANO SI RIUNISCE AL SOLETERRE FESTIVAL

SOLETERRE

Il folk italiano sarà protagonista per il secondo anno di Soleterre Festival, rassegna che il 14 dicembre ospiterà sul palco dell’Alcatraz di Milano Davide Van De Sfroos, Peppe Voltarelli, Nidi d’Arac, Taranproject di Mimmo Cavallo & Cosimo Papandrea, Daniele Ronda, Ylenia Lucisano, Terron Fabio e Papa Leu dei Sud Sound System ed Enzo Avitabile. Gli artisti si cimenteranno anche in inediti duetti e le loro esibizioni saranno accompagnate da proiezioni di disegni di Vauro e si alterneranno a reading teatrali di autori come Nicolai Lilin, Damiano Rizzi (presidente della ONG Soleterre, a cui andrà il ricavato della serata) e dello stesso Peppe Voltarelli.

 

Tagged , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

CARLO MAVER, TRACCE D’AFRICA, AUTOPRODUZIONE 2014

cover_tracce_d_africa

“Personalmente credo che la ricchezza ritmica che deriva dall’Africa e che ha fecondato tantissimi generi musicali sia uno dei più grossi debiti che il mondo ha contratto nei confronti del continente nero”. Così Carlo Maver spiega Tracce d’Africa, che in effetti altro non è che una personalissima esplorazione di alcune figure ritmiche africane e delle loro più disparate influenze. Di matrice prettamente jazzistica, l’album propone interessanti commistioni ed esperimenti, attraversando in lungo e in largo generi e continenti, America Latina e Medio Oriente, tango e choro, jazz e progressive (con piacevoli reminiscenze di Ian Anderson). Virtuoso suonatore di bandoneon – strumento a mantice, pilastro della tradizione tanguera argentina – Maver privilegia qui il flauto, di cui vanta un diploma al Conservatorio di Bologna: Chansonne de Chameaux, Bona Noite Leo, Rio de la Plata, Tubabu, così come diversi altri brani, avvolgono il flauto con percussioni dall’eco tribale e le affascinanti sonorità del vibrafono affidato a Pasquale Mirra, creando stratificazioni complesse rivelatrici di un’ottima vena compositiva e di una raffinata ricerca timbrica. (Elisa Giovanatti)

Tagged , , , , , , , , , , , , , , , , ,

24 ORE ALL’USCITA DEL NUMERO 1

INDIANA intestazione free pdf

Solo ventiquattro ore, non un minuto in più non un minuto in meno, per il free downloading del primo numero di INDIANA MUSIC MAGAZINE, foglio d’informazione dedicato all’universo indie. Appuntatevi il 15 del mese come data da non scordare, d’ora in avanti saremo puntuali come orologiai svizzeri nel nostro lavoro di cronisti musicali “indiani”. Di seguito potete gustare in assoluta anteprima la copertina dell’imminente uscita.

Cover150 dpi

Tagged , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

ROCCO LOMBARDI, GIG, 2014

gig

Il batterista elvetico dopo lunghe maratone al fianco dell’organista Frank Salis e dei chitarristi Joe Colombo e Luca Princiotta (tutti presenti in veste di guest) e picaresche avventure musicali che lo hanno portato ad attraversare l’Oceano, battezza il traguardo del primo album solista regalando al pubblico un vero e proprio arcobaleno ritmico. Rocco Lombardi riversa senza timidezza in Gig ltutti gli incontri delle sue peregrinazioni producendo un disco di assoluto e gioioso impatto sonoro. All’approccio eclettico e “senza confini” del jazz – fondamentale il contributo dei bassisti Flavio Piantoni e Gian-Andrea Costa – affianca la massiccia presenza del rock tanto da spingere le tracce verso la cosmologia zappiana ed abbracciare la sperimentazione dei King Crimson. Non manca a “sporcare” e rendere quel tanto appiccicosi i brani una venatura funk a metà tra Billy Cobham e Prince. Until the Sun, con la convincente prova vocale di Alessio Corrado, nel mood del miglior Lenny Kravitz, un singolo notturno già pronto per le scalette radiofoniche. (Matteo Ceschi)

Tagged , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

ALT-J, THIS IS ALL YOURS, INFECTIOUS 2014

alt-J

Viene da sorridere, perché ce l’hanno fatta. Alla faccia di chi li voleva il solito flop da un successo e poi il nulla, delle attese schiaccianti dopo il Mercury Prize all’esordio (An Awesome Wave, volenti o nolenti, è tra i dischi più significativi degli ultimi anni) e dell’abbandono del bassista Gwil Sainsbury, gli Alt-J (foto di Gabriel Green) superano la prova difficilissima del secondo lavoro. This Is All Yours, pur non perfetto, è esattamente quello che ci voleva, il lavoro di una band che prosegue dritta per la sua strada, grazie a una vena creativa intatta, per la pura gioia del fare musica. Incorniciato dal trittico dedicato a Nara, città giapponese in cui i cervi girano liberamente per i parchi (a rappresentare la libertà creativa della band), This Is All Yours è un mix di artigianato studiato fin nei minimi dettagli e calda umanità: troviamo da un lato il lavoro sul suono, la limatura, la sovrapposizione di strati, la rifinitura maniacale, e dall’altro testi sensuali e passionali, piuttosto che accostamenti nonsense, accentuati dal carisma vocale di Joe Newman, con quel suo cantato tra l’hip hop e il soul, fatto di continui saliscendi, un incedere stralunato, con finti inciampi ed esitazioni; in musica, poi, i frequenti prestiti dalla world music, i momenti “tribali”, anche a commentare i tanti riferimenti alla natura e le sue forze, le strutture spesso sorprendenti dei brani, apparentemente disconnesse, non fanno che amplificare la dimensione istintuale, talora animalesca, dell’album. Un istinto sotto controllo, però, regolato da una logica puramente musicale. Solo così si giustificano certi accostamenti di parole, poste l’una accanto all’altra per un gioco di sonorità, e anche il tanto chiacchierato sample di Miley Cyrus che canta “I’m a female rebel” (da “4×4”) in Hunger Of The Pine è lì per un’unica, semplice ragione: suona bene. C’è, poi, il gusto del gioco: nella pur sensualissima Every Other Freckle, brano molto bello e persino sovraccarico di idee,  non è solo lascivia quella che fa cantare a Newman “turn you inside out and lick you like a crisp packet”, ma anche umorismo. Rispetto al lavoro precedente si accentua l’esplorazione folk (trip folk, del resto, avevano auto definito il proprio stile gli Alt-J), mentre trapela anche una delicata vena cantautorale (la dolcissima Warm Foothills, Pusher). Il rock-blues di Left Hand Free è forse il brano meno interessante, mentre ogni altra traccia sa stupire. A volte criticati per non essere particolarmente innovativi, gli Alt-J hanno dalla loro uno stile personale e parecchio mestiere. This Is All Yours è un ottimo album, che merita di essere ascoltato, pensato, e ascoltato di nuovo. (Elisa Giovanatti)

 

Tagged , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,
%d bloggers like this: