Category Archives: music journalism

POLARIS, POLARIS, AUTOPRODUZIONE 2016

I Polaris sono Dario Nistri (batteria e voce), Gabriel Di Maggio (sax), Mitch Coda (basso), Andrew Casa Apice (synth) e, in 5 brani, Robert Barrett (chitarra). La loro proposta è difficilmente inquadrabile, racchiude elementi di space rock, progressive, jazz e post rock, ma penso di poter dire che la componente fondante del progetto sia l’attitudine jazzistica (intesa come approccio più che come sound): ne è un macroscopico esempio l’onnipresente sax, ma l’attitudine si manifesta in moltissimi altri dettagli (i tempi, il tocco sulla batteria…) e soprattutto nella vena improvvisativa; i pezzi registrati per questo debutto nascono come vere e proprie jam session, l’attitudine ad esplorare e sperimentare liberamente emerge in ogni momento e la “band” stessa, del resto, è molto più a suo agio nel definirsi progetto piuttosto che gruppo, a riprova di un approccio jazz presente fin nel midollo. Ciò detto, è incredibile come nulla di tutto questo precluda alla altrettanto evidente presenza di numerose altre spinte ed influenze, un background eclettico (dai King Crimson fino ai nostrani Julie’s Haircut) che si respira ad ogni nota, siano quelle inquietanti dell’iniziale Lovers and Giants, quelle ossessive di Cassiopea, quelle acide di Dreamscape o quelle stratificate che compongono il raffinatissimo chiaroscuro di Bible Black, crimsoniana anche nel titolo. Siamo insomma al cospetto di un lavoro (10 pezzi in tutto) incredibilmente denso, complesso, certo non per tutti, ma che può regalare gioie ai più temerari. (Elisa Giovanatti)

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TANIKA CHARLES, SOUL RUN, RECORD KICKS 2017

Album di debutto della canadese Tanika Charles, pubblicato dall’italianissima Record Kicks, Soul Run ci regala una quarantina di minuti di ottima musica splendidamente interpretata, guadagnandosi con questo una nomination come miglior album R&B/Soul ai Juno Awards (i Grammy canadesi). Sorta di “concept sentimentale”, il disco nasce dalla fine travagliata di una relazione ma ciò che racconta è soprattutto la ricostruzione e l’inizio di una nuova vita. La produzione, affidata ad un folto numero di personaggi fra cui spicca Slakah The Beatchild (noto per le collaborazioni con Drake), è molto intelligente e misurata nel mescolare le atmosfere calde e vintage del soul anni ’60 con una freschezza tutta moderna fatta di battiti hip-hop, cui si aggiunge tutta la contemporaneità dei testi delle canzoni, veri, schietti ed efficaci nell’avallare un forte punto di vista femminile sul mondo. Dopo una breve Intro che imposta la scena, Tanika infila subito un poker di canzoni da fare invidia all’artista più navigato: l’ipnotica title track, con uno sfoggio di doti canore piuttosto impressionante, la schietta ed energica Two Steps, pesantemente venata di Motown, i ritmi funky della bellissima Sweet Memories e la malinconica, dolente More than a man rimangono in mente ben oltre la loro durata e regalano lampi di meraviglia ed emozione. Si procede altrettanto bene, fra strizzate d’occhio a Lauryn Hill, Amy Winehouse e Stevie Wonder ed un songwriting particolarmente ispirato, con una serie di pezzi contagiosi (Money, Love Fool, Waiting), di breve durata e perlopiù uptempo, fino alla sorpresa finale, Darkness And The Dawn, brano interamente scritto da Tanika, che si discosta dai precedenti per la complessità di luci ed ombre che mette sul tavolo, e per la coda strumentale che sembra già preludere a nuovi sviluppi per la musica di Tanika Charles. Sviluppi che sicuramente terremo d’occhio. (Elisa Giovanatti)

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ALDO BETTO’S SAVANA FUNK

È con particolare orgoglio che vi presentiamo il ventitreesimo numero di INDIANA MUSIC MAGAZINE dedicato ad Aldo Betto, artista e chitarrista che nella bellissima intervista qui inclusa si rivela in tutta la sua umana profondità, oltre a raccontarci alcuni dei segreti del suo ultimo, splendido lavoro, Savana Funk. Contaminazioni, migrazioni e una contemporaneità complessa e sempre più sull’orlo del baratro sono qui filtrate da una grande sensibilità artistica, che ci lascia ben sperare sulle possibilità della musica di toccare nel profondo l’animo delle persone. E ci sembra proprio questo il filo rosso che unisce anche i dischi scelti questo mese per la sezione recensioni: Cesare Basile, Giacomo Lariccia e Maxïmo Park completano infatti un numero particolarmente intenso. Come sempre il download è gratuito: cliccate sulla copertina qui sopra, buona lettura!

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CESARE BASILE, U FUJUTU SU NESCI CHI FA?, URTOVOX 2017

Sono passati ad occhio e croce due anni dall’ultimo lavoro del musicista siciliano. Mese più o mese meno. Ed ecco, quando meno te lo aspetti, che Cesare Basile torna a farci visita con un album densamente popolato dalle voci della terra d’origine: U fujutu su nesci chi fa? va però ben oltre la semplice claustrofobia dialettale per spingersi ancora una volta verso una definizione che non potrebbe essere altro che mediterranea. Il Mare nostrum, intendiamoci, è inteso da Basile come un’area comune d’incontro senza limitazioni al meticciato culturale e alla comunicazione, un concetto egregiamente espresso da un brano come Ljatura, un’ipnotica melodia che idealmente si protende ad abbracciare la saggezza dei griots africani e il sudore esistenziale dei bluesmen neri americani. Se con U scantu la tradizione sonora isolana per un istante si rafforza, bastano pochi minuti per tornare con la title track ad abbracciare le infinite sfumature della world music che strizza l’occhio al rock. Senza cercare forzati paragoni con cose già ascoltate, il disco di Cesare Basile si presenta come null’altro che un invito a spogliarci dei pregiudizi per poter infine ballare più liberi e leggeri. (Matteo Ceschi)

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NICHOLAS BRITELL, MOONLIGHT (ORIGINAL MOTION PICTURE SOUNDTRACK), LAKESHORE RECORDS 2016

Racconto di formazione, storia di una travagliata ricerca di identità (sociale e sessuale), Moonlight è un bellissimo film che racconta l’infanzia, l’adolescenza e l’età adulta di Chiron, ragazzo nero cresciuto in un sobborgo difficile di Miami, che cerca faticosamente di trovare il suo posto nel mondo. Figlio di una madre tossica, escluso e perseguitato da compagni crudeli, accolto dallo spacciatore Juan e dalla sua fidanzata, Chiron cresce rifugiandosi prima nel mutismo e poi (da adulto) in una corazza di muscoli, tenendo dentro una silenziosa diversità che non sa esprimere in un contesto che ritiene ostile, un mondo da cui si difende in una difesa che somiglia tanto a una rinuncia. Taciturno, solitario, intrappolato in se stesso, Chiron è un personaggio imploso (salvo cedere ad un’esplosione violenta, forse liberatoria, sicuramente dannosa per sé), la cui vulnerabilità viene raccontata con tocco lieve e lirico dalla regia di Barry Jenkins, che piuttosto che rifugiarsi in facili cliché lascia che il suo protagonista si ripieghi su se stesso e fa parlare i corpi (le luci che li illuminano, gli sguardi, il cibo, il contatto fisico) e la musica. In un ritmo lento, che oggi verrebbe da definire anacronistico e che però è il passo delle emozioni più profonde e del loro lavorio, i microepisodi che compongono il racconto di Moonlight affidano alla fisicità degli attori (in particolare i tre che interpretano il protagonista bambino, adolescente e adulto, Little, Chiron e Black) e ancora di più alla pervasività della musica una comunicazione più diretta e più potente di qualsiasi parola. Laddove Chiron ammutolisce e si sottrae la musica è strabordante, e non in senso riempitivo: forza la struttura del film per far dilagare l’emozione, diventa linguaggio di verità dove non si trovano le parole, fa da valvola di sfogo quando l’emozione è troppo grande da contenere. Potevamo aspettarci un pieno di rap e hip-hop, e invece abbiamo di tutto, dalla blaxploitation anni ’70 a Mozart, da Jidenna alle composizioni originali di Nicholas Britell. Proprio nella partitura di Britell troviamo il cuore e l’anima della musica di Moonlight, il tema che identifica il protagonista, un brevissimo motivo delicato e dolente che si presenta in tre varianti: pochi rintocchi di pianoforte bastano per Little, una minima variazione di intonazione rende il tema di Chiron più pieno e un pochino più triste, ancora più vibrante e grondante malinconia è quello di Black, ma chissà se in tutto quel vibrare non ci sia anche della speranza.

Un altro tema importante è The Middle Of The World, che accompagna una scena fondamentale, quella in cui Juan insegna a nuotare al piccolo Chiron: una fantasia di violini molto efficace, intrisa di un certo senso di transitorietà, come del resto i tanti brevi momenti, effimeri, che compongono la partitura di Britell.

A catapultarci nell’ambiente in cui vive Chiron è però Every N****r Is A Star di Boris Gardiner, canzone che sentiamo nella primissima scena del film: è un pezzo tratto da un film blaxploitation degli anni ’70, recentemente ripreso da Kendrick Lamar, che in un miscuglio di solitudine, senso di esclusione, rabbia, questione razziale, ma anche calore e speranza, stabilisce brillantemente il contesto interno ed esterno in cui si svolgerà la vicenda. È la prima di una serie di musiche non originali utilizzate in Moonlight, con scelte che passano dal Laudate Dominum di Mozart (Vesperae Solennes De Confessore, K339) che accompagna i ragazzini che giocano a pallone a Hello Stranger, hit del ’63 di Barbara Lewis che avvolge l’importantissimo re-incontro con Kevin (amico d’infanzia, primo e unico amore, unica occasione di conoscenza e riconoscimento nello sguardo dell’altro da parte di Chiron), fino a Cucurrucucu Paloma di Caetano Veloso (dichiarato omaggio a Happy Together di Wong Kar-wai) durante il viaggio in macchina di Black. Proprio nell’ambiente chiuso della macchina Black, ormai a sua volta muscoloso spacciatore, fa sfoggio di ascolti hip-hop (Cell Therapy di Goodie Mob e Classic Man di Jidenna) che sembrano voler proiettare, per se stesso e per gli altri, un’idea ipermascolina dell’essere uomo e dell’essere nero.

Da notare in particolare la versione “chopped and screwed” di Classic Man: si tratta di una tecnica di remixaggio, tipica del rap del Sud degli USA, che rallenta la versione originale, ne varia (abbassandola) l’intonazione, e aggiunge spesso qualche ulteriore distorsione che crea atmosfere completamente nuove. Nicholas Britell la utilizza addirittura per il tema di Chiron, che compare anche in una efficacissima versione chopped and screwed. Tornando alla scena qui sopra, un pezzo trendy come quello di Jidenna diventa qui più duro, nelle intenzioni di Chiron, che forse tuttavia mentre crede di fare una cosa ne sta facendo un’altra, come suggerisce lo stesso Jenkins in un’intervista a Pitchfork: rallentare fa sì che le emozioni si mostrino in tutta la loro potenza, rivela sensibilità e pulsioni che diversamente non si notano, espone Black – che pure alza il volume, per sfuggire a una domanda di Kevin – in tutta la sua vulnerabilità. Il cuore di Chiron è pieno di amore, pieno di dolore, e diviso tra i due. Di quell’amore si porta però dietro la possibilità: “tu sei l’unico che mi abbia mai toccato”, dice alla fine Chiron a Kevin, ed è una dichiarazione d’amore, nel nome di quel contatto, l’incontro con l’altro, per cui si può anche attendere una vita intera. (Elisa Giovanatti)

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DAVIDE MOSCATO, MENTAL MAZE, SEAHORSE REC/CUSTOM MADE MUSIC 2017

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Alt-Indie-folk che sembra venire e suonare dai lontani anni Sixties britannici, ma che in realtà ha radici molto più vicine, a Desenzano del Garda. Di Italia, a ben vedere, però, in Mental Maze, ce n’è molta, almeno quanto la sopraccitata Albione psichedelica: From the Ashes, infatti, ricorda molto da vicino Alan Sorrenti e non manca di guardare a un certo mood underground dei primissimi anni Ottanta. In Turning Away, invece, il côté alternative comincia a parlare la lingua di Lenny Kravitz spingendo il disco in una dimensione sonora più vicina a noi. Alla fine dell’ascolto Mental Maze risulta un lavoro ben fatto ma comunque interlocutorio nella carriera di un artista, Davide Moscato, che ha ancora molta voglia per trovare se stesso. (Matteo Ceschi)

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PAOLO TARSI: LA MIA STANZA DELLE MERAVIGLIE

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Torna, con un numero breve ma ricco, l’appuntamento con INDIANA MUSIC MAGAZINE: il protagonista di questo mese è Paolo Tarsi, compositore, pianista e organista, allievo di Luis Bacalov, autore e interprete di performance e installazioni presentate in musei, gallerie d’arte, aeroporti; Paolo Tarsi ci presenta qui il suo nuovo lavoro Petite Wunderkammer e ci dà modo di fare una veloce ma intensa puntata nel suo interessantissimo mondo, fatto di musica classica, contemporanea, jazz, rock, elettronica, ma anche di cinema e di arte. A seguire, come sempre, i nostri dischi preferiti: Sampha, Nicolas Michaux e Peter Piek. Per il download gratuito del magazine basta cliccare sulla copertina qui sopra.

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SAMPHA, PROCESS, YOUNG TURKS 2017

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Fra i terreni più fertili e innovativi degli ultimi anni, la black music (hip hop e r&b) è stata graziata di recente anche dal tocco di Sampha, artista londinese che prima di arrivare a questo suo primo LP ha prestato voce e talento ad alcuni dei più grandi ed interessanti nomi contemporanei, fra cui SBTRKT, FKA twigs, Drake, Kanye West, Frank Ocean e le sorelle Knowles (Beyoncé e Solange). Process racconta, fin dal titolo, come questo album sia il frutto di un lungo processo di costruzione, un percorso di maturazione musicale e, prima ancora, personale. Il lavoro ha una doppia faccia: colpisce per la straordinaria intimità di quel che racconta, la tribolata vicenda umana di Sampha (le dolorose perdite che ha dovuto affrontare, la faticosa costruzione di se stesso), con testi brutalmente sinceri e una voce capace di esprimere al meglio tutto il range delle emozioni, conferendo a Process una dimensione di rarissima intensità; l’aspetto puramente musicale, invece, sembra il frutto di un perfezionismo quasi ossessivo, in cui gli strumenti primari di Sampha (voce e pianoforte) sono affiancati da un fiorire di piccoli particolari tutti al posto giusto, studiati e pensati in ogni minimo dettaglio, per un raffinato mix di soul, r&b ed elettronica. Questo scrupolosissimo lavoro di composizione, però, non tocca minimamente l’atmosfera meditativa dell’album, nemmeno nelle sue tracce più movimentate (Blood on me, Kora sings, Timmy’s prayer), in cui si ha comunque la sensazione di essere nei pensieri, nelle paure e nelle tribolazioni dell’artista. Basta poi ascoltare pezzi come (No one knows me) Like the piano e sembrerà di essere da soli con Sampha al pianoforte, per sentirlo cadere, rialzarsi, avere paura, crescere, cercare di andare avanti. (Elisa Giovanatti)

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NICOLAS MICHAUX, A LA VIE A LA MORT, TÔT OU TARD 2017

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Belga giramondo dalla personalità eclettica, Nicolas Michaux guarda senza timore di offendere la madrepatria alla Francia di Serge Gainsbourg e agli States post-grunge di Elliott Smith. E lo fa con una voce felina che ricorda un po’ lo scostante distacco di Carla Bruni. Le sonorità dell’album rispecchiano in pieno le caratteristiche del suo creatore: si passa dal pop minimale ricco di spunti danzerecci “da camera” della title track e di Un imposteur al folk sbarazzino di Croire en ma chance con un chitarra che suona deliziosamente “sgangherata”. Poi quando meno te lo aspetti arriva il rock più profondo e cavernoso un po’ in stile Television di Les îles désertes, il migliore pezzo dell’intero disco che pur si mantiene su standard decisamente elevati. A la vie, à la mort, sebbene non riscriva le regole del gioco, quantomeno ha i numeri per restituire a chi si pone l’ascolto validi strumenti per leggere ed interpretare le note che verranno. Se Nicolas non dovesse raggiungere il più grande pubblico sarebbe un peccato mortale per l’intero panorama europeo che, ahimè, rimarrebbe prigioniero dei suoi peggiori incubi televisivi. (Matteo Ceschi)

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PETER PIEK, +, PETER PIEK PAINTING STUDIO 2016

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Pittore, cantante e polistrumentista autodidatta, Peter Piek è uno stravagante artista tedesco che dal vivo offre performance multisfaccettate, in cui canta, suona, dipinge e scatta foto, in un’incontenibile espressione di talento. Talento che, per fermarci alla musica, è ben percepibile in quello che è ormai il suo quarto album, +, un lavoro squisitamente pop che scorre leggero su ritmi e colori variegati, e che si rivela in tutta la sua raffinatezza ad ogni nuovo ascolto: timbro vocale androgino particolarissimo, energiche sezioni di chitarre e batteria, beat elettronici, riferimenti disparati fra il l’electropop e l’indie rock si combinano in un affascinante esercizio d’artigianato di alto livello, una musica che, a differenza dei quadri dello stesso Piek, dà l’impressione di una grande concretezza. L’artista è attualmente in tour in Italia, non perdete l’occasione di ricevere un abbraccio di suoni e colori. (Elisa Giovanatti)

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